Mi vesto dei tuoi silenzi. Raccolgo, sparpagliati ai tuoi piedi stanchi del giorno, vetri di diverso colore, levigati dalla salsedine o frastagliati come cime andine.
Io so, forse, ma mi piace il tuo dire, che è poi, sempre, una nuova esplorazione.
Sai di atrii accalcati d'estate e di certose mangiate ai lati di finestrini fuori orario, sai di canneti sull'attenti in inverno e di strade liberate dalla notte, sai di colline e di pagine sottolineate, sai di rabbia in pigiami con gli orsi e di cristalli liquidi bevuti.
Con corpo goffo, salto con te sulle reti che sembrano letto e divano. A ripetizione. I nostri temi. Le nostre sublimi ossessioni. Come dire a un prigioniero che nelle foto si vede sempre dietro le sbarre. A ripetizione. Amore.
Se mi fermassi a raccontarti mi scacceresti annoiata per timore di avere troppo e tremeresti per il vassoio ricolmo la paura delle parole la paura di perderti, giorno dopo giorno Mi spingi verso treni colorati e stazioni in festa sorridi vedendomi correre con il viso che scintilla scopri un moto di rabbia al pensiero che potrei non essere così Attendi felice che io torni per inondarti di racconti cicaleccianti mitili nel lavandino con l' acqua che scorre uno spazzolino a scarnificare le barbe Se parlassi mi zitteresti con una mano sulle labbra dicendo che sai già, che leggi nei miei occhi socchiudo la bocca e con la lingua accarezzo il tuo palmo bagnato rimani ferma col grembiale ed il respiro mozzato Sostituisci con le tue labbra e senti il suo sapore Transumanza
ho sempre pensato che la lontananza fosse solo una dilatazione dell'essere, che la nostalgia fosse solo la tensione di arrivare a domani. Sono chiusa tra questi muri di finestre e tende, ma respiro nei tuoi passi, impronte veloci nell'acqua nevosa. La sciarpa sfugge al nodo e danza sul tuo petto. Bacio il tuo corpo senza sfiorarlo. Sorrido. Chi guarda non sa che, labbra protese, io ti sto consegnando l'anima da tenere in tasca, per giocarci quando crederai di avere finito le monete. Oggi sei mimetica, riconoscibile tra mille. Ti guarderà con occhio stupito, pronto a tracimare in desiderio. Racconterai del noir e di tutti quegli elettrocardiogrammi notturni, di cui, tra mensole e cuscini, non hai mai tempo di parlarmi. Frutta non addomesticata. Che non ha bisogno di sapere. Tornerai, con mani di vergine e fame da assassino.
Inizi a girare per le stanze, un dito lungo le mensole senti la mia mancanza con crudeltà aritmica accendi il forno e disponi gli ingredienti sul bancone le mani nell' impasto mi penetrano più di qualunque altro dito sai che sento, che percepisco mentre corro per sviare i fiocchi che mi scheggiano.
Annosa questione che ci gira intorno coll' orologio che sporge dal taschino l' acchiappasogni si sporca di cristalli di ghiaccio dondola nell' aria fredda mentre indosso la sciarpa ed i guanti ti accucci per sistemarmi l' orlo dei pantaloni militari quanti credono che io sia padrona quanti non sanno che sono proprietà infilo la mano tra i tuoi capelli e premo il ginocchio contro la tua fronte tu sorridi baciando il tessuto e ti raccomandi che non prenda freddo.
Seno generoso e culo pieno. Così gli piace. Con la pelle ancora giovane e tesa, una pelle che non invecchierà, verranno dolori e odio a catturarla e farla ardere con la rapidità di un fiammifero. Lui racconta di un desiderio primordiale, come una rivelazione fulminante su stratificazioni culturali che hanno educato ad un'esaltazione geometrica. Vorrei che il mio corpo sostenesse la mia anima, o forse lo fa, ingobbendosi sotto l'adipe della mancata espressione. Mi volto verso di te, stai riordinando i tuoi fogli, immaginando la prefazione. Ti vedo ammiccante, mentre lo inviti ad un fisico possesso. Sei leggera, un'amante adamantina. Slip minuti e lingua viva. Fuori, c'è un freddo decorativo. Il pensiero non ha potere retroattivo. Tolgo con delicato strappo le corolle morte nel giardino giapponese.
La teina si impasta sulla lingua assieme ai granelli di meliga ferro e tannino e campi di raccolta e un trattore rosso guidato con imperizia con gli urli se mi avvicino al fosso ti regalo acqua e zucchero e limone per me latte, solo una goccia, versata con nobiltà dalla lattiera.
non voglio regali. amo la tua naturalezza, la selvatica fragranza di ogni gesto. amo questa casa, che cambia forme e colori e partorisce oggetti e improvvisamente esplode, per riversarsi su strade e piazze nere. ti allaccio in una danza mutevole come l'umore, percorrendo lo spazio, in un cerchio coi cani. sono pigiami e sottovesti e vetri puliti sul mattino. leggiamo nelle nervature delle foglie i racconti che non inziano eppure sono nati. ascolto. riempiendo le tasche di parole che di notte srotolo, perché ti vorrei dire e vorrei che fosse la tua opera migliore. non sono treni o pietre preziose o missioni di argonauti. paste di meliga.
Era sonno pesante, che uccideva gli occhi semichiusi ad osservarti era gambe scomposte ed abbandonate, una mano a segnare lo zigomo era rantolare che si diffondeva con la cantilena avevi promesso la salvezza sapevi avresti mantenuto riemergo impastata e mi avvio istupidita al lavandino bevo acqua dal rubinetto con le gambe ben impiantate mi giro e mi solletichi con una foglia nera ed oblunga droga che sostituisce veleno che ha mangiato le mie vene per anni verso l' acqua nella tua bocca direttamente dalla mia e sbircio se ci sono biscotti da tracimare.
Regina in legno di acero, una ghirlanda di pesco, sul suo riquadro bianco. Oscilla. Si muove ovunque, vulnerabile. Apparecchio tè all'inglese. Le tazze sono nate in domeniche cariche di nebbia, le cui spalle robuste pesavano contro la porta. Ma non hai mai perso l'entusiasmo, fino a quando, una sera, hai sigillato l'anima e sei venuta a letto per dormire un sonno insoddisfatto. Ho preparato la torta, farcita di ciccolato scuro e marmellata di albicocca. Stiro con le mani piccoli tovaglioli di tessuto leggero, il bordo lavorato con la pazienza di un antico uncinetto. Sul vassoio, assolutamente demodé, c'è l'immagine di una campagna con ampi vestiti. La zuccheriera è un ricordo di infanzia, giocando, ne avevamo rotto il piccolo coperchio, che, ora, ha un sapore antico blasone. Dalla credenza tiro fuori foglie di diversi profumi e una teiera lunga e istitutrice, che mi fa sorridere in una buffa imitazione dejà - vu. Ti bacerei. Sul tavolino basso, faccio spazio ad un rito occidentale, mentre, seduta sul tappeto rosso vino, sussurro "giro giro tondo...".
Ho mani che corrono forti sui cavi maneggio il cacciavite e controllo lo schermo stabilizzo l' immagine sigaretta attendendo ti strappo con rabbia che ride la juta la mia regina veste solo seta ed organza
Stai ballando sul canto di un'altra voce. In fondo, è da quando ti conosco che faccio scivolare gli sguardi tra i voile di danze sempre nuove. Sulla strada, la pelle viene strappata da frammenti di un dialogo che ha solo quattro occhi e quattro mani. Raccolgo, con frenetica febbre, il tavolino di ebano e avorio sui cui avevamo disteso, come fosse un infinito chiuso, i nostri strumenti meravigliosamente imperfetti. I gesti sono scoordinati, perché devo vincere l'istinto di portare le mani a tappare le orecchie e gridare fino a coprire la musica, che, saltando sul divano, gazzella di vento, stai scegliendo per nuove esplorazioni. Mi guardi e sorridi. Il sole argentino prevale su un corpo corroso. Sei così bella, inconsapevole e potente. Come sempre, so che i tuoi piedi hanno giovane velocità e adrenalina che profuma di pino. Le braccia strette intorno ad una bisaccia di iuta, ricoperta di versi mai recitati, difendo.
La mano nell' acqua prende la mia molle dolce Zucchero di canna, per me. Niente latte. Panna montata, magari.
Per strada i vicini mi chiedono di te rispondo che dormi assonnata camminando ho incastrato il tacco delle chanel nella grata passava Caronte e mi sorrideva lascivo chiamando per staccarmi lo spillo è rimasto staccato puntuto come uno stiletto camminare a piedi nudi sull' asfalto e tu che mi sgridi preparando l' acqua del bagno
Saltello, sto perdendo la sensibilità delle gambe. E' inverno, non cambia. Succede. Che tra grate di ghisa osservo parole vorticare come polline. Ore a rincorrersi su contenuti talmente narrativi da diventare forme d'arte, senza pensare alla vita o forse accarezzandola, come fosse una creatura. Capace di danze su musiche che attraversano la mente, più potenti dei ricordi. La pigrizia di afferrare la storia e interrogarsi, con curiosità creativa e l'onestà di chi non crede eterna un'opinione e, tuttavia, non rinuncia ad averne. Quanti anni ho? Mi siedo di fronte ad caffè in porcellana avorio. Conto le dita delle tue mani su filastrocche che cambiano continuamente il risultato. Le tue dita sono penisole allungate nel mio mare. Filamenti in sospensione, terrra in vista. Niente zucchero, grazie.
Scaldo il pane e lo imbottisco di wurstel ti porterei al mare, ora, a passeggiare coi cani sottiletta e prendere l' aperitivo prima di cena maionese poi in auto a cercare un ristorante che ci sfami peperoni grigliati e poi in albergo a fondere il respiro.
Ti ho tolto tutto le parole altrui, i pensieri che potevano distrarti ora tolgo anche il tempo perché tu non lo hai mia bellissima attempata primipara che lasci a giovani corpi di shelley il compito di darmi la felicità per poterla osservare e gustare con me, con lui ed offrirmi barrette di cioccolato mentre vedi i miei occhi riempirsi del suo viso
Alla finestra giustifichi le vibrazioni che salgono da sotto il letto mi dici dei mostri che allungavano le mani a tirarti i capelli, le lenzuola hai il viso ingrigito dalla neve mentre le lame continuano a grattare il manto stradale mi butto a terra e rotolo sotto la rete e ti chiamo ridendo ti distendi nel mio calore e fingi il sonno allungo la mano dal mio antro e afferro stretta la tua.
Decantare. Scendono con molle lentezza le foglie raccolte tra i passi sulla banchina. Ho spalancato le finestre nell'ora che cambia il colore del giorno. Vorrei dirti quanto mi sia caro il tuo ritorno, medaglia rovesciata del tuo sguardo che appoggia sul panorama un sentimento estraneo. Parole chiave.
La cena la borsa è presto è tardi ancora poche ore senti il movimento? Ritmato è una sbarra che attaccata al pignone muove la ruota che mangia le traversine ascolta con me ascolto te
Ferma, ferma mentre accarezzo le ciocche con la pozione e passo le dita sulla tua pelle del collo così delicata e ferma, ferma mentre ti sento rilassare i muscoli sotto la pressione dei polpastrelli e vedo le tue labbra distenderti e ferma, fermati, non dire niente, danza col coltello per me, sei leggera, sei viola mi siedo al tuo posto mentre dirigi gli archi e ora gli ottoni una bacchetta affilata ora ricomincia a salire cura i violoncelli che diano tappeto ferma, fermati mentre ti ascolto fermati che è ora di risciacquare i capelli
Sweet dreams are made of this Who am I to disagree? I travel the world And the seven seas-- Everybody's looking for something. Some of them want to use you Some of them want to get used by you Some of them want to abuse you Some of them want to be abused.
Seduta accanto a te, resto in silenzio. Mi piace la tua intuizione: guidi, la fronte distesa, lasciando che le domande vengano nebulizzate dal tubo di scappamento. Sul volante che segue attento la strada, vedo il tuo desiderio di appuntare sul mio corpo le foto di questi giorni, ma pazienti. Vorrei ricoprirti di baci, per questo. Alle spalle, la lana grezza e pungente di coperte tessute su vecchi telai. E una casa, in cui ti ho seguita. Ti seguo. Spesso senza sapere dove ci troviamo. Un amore bendato. Ma sei tu. Risposta. Ho un mal di testa che sembra generato dal Paleolitico e sopravvissuto nei millenni. La storia che avevo ripersorso tutta, a piedi nudi, sul filo di Arianna della sua essenza pirata. Massaggio le dita nodose.
chiudere il gas
in auto dalle colline buio e le luci affiancate all' aria di idrocarburi serrare le imposte rimane il senso di aver permesso alla luce di insinuarsi e le particelle di polvere di danzarti attorno buttare la spazzatura i resti della cena mangiati dai gatti ce ne siamo dimenticate prima di annegare stamane mentre partivo per tornare l' elenco si scalzava random che musica vuoi sentire si insinuava di continuo nella prima riga
Tu sai apparecchiare la primavera. Da qui vedo i pesci avvicinarsi voraci alla sponda, la distanza genetica tra uomo e animale superata dal lancio di un pezzo di pane. Il peccato di gola, che acceca il libero arbitrio. Non ci sono fotografie, basta la tua voce a riempire la scena di immagini, lontanissime o appena partorite. Sandali di bimba su ciotolati cancellati. Ci imbocchiamo e ci stiamo nutrendo di dimenticanze e attese. Hai falangi fragilissime che si immergono in tavolozze gravide di sogni. Vorrei, testuggine, tirare al viso la coperta sottile che mi copre le gambe e arrotolarmi, come carta crespa, fino a confondere i colori. Sono giorni che penso alla figura sempre più piccola di Petrella, così lui la chiamava, quando, di notte, veniva a dire che non l'aveva dimenticata e che ne conosceva il cammino. Non potevo non andare a salutarla, in quella stanza chiara, dove gli occhi erano chiusi sull'eleganza immortale delle mani. Le ho parlato, come succede ancora, quando mi viene incontro, etica e battagliera, per ingaggiare una lite buona, una delle nostre. Il tempo prosegue la sua corsa, non si dimentica, ma cambia il dolore. O forse, un po' si dimentica, in realtà. Cosa è giusto? E cosa rende immortali? E' possibile essere immortali? Basta il ricordo, la testimonianza, l'arte, per chi la possiede? Le tue spalle sono cardellini tra cespugli di mirto. Teneramente amarsi, perché è solo senza difese che l'amore è sublime.
il pranzo ci attende su di un tavolino di ferro smaltato di verde ti ho mai raccontato che ho un fratellastro? bellissimo, con gli occhi neri e scuri come una montagna si, mi dici dopo aver ordinato una insalata colorata suono la fisarmonica e il violino e canto nei cori canti sacri e corali ogni città è la tua e mia e la loro e ringrazio il pubblico pagante alla rappresentazione stupide donnette spiluccano svogliate il pane tu mi guardi scintillante e ti racconto di stivali e di progetti per il nobel la gloria ed il potere e prendere tra le mani questa sfera la poggio ai tuoi piedi guantati ti osservo dare un calcio a gea e rido argentina perché ti amo e non ho paura di gridarlo ti hanno considerata inutile per nascondere la gelosia senza pensare che saresti stata la prima a farmi lottare per non scappare il mio dolore sarà rimpiazzato molto presto da un altro male che coprirà gli ululati e le lune piene avrai tempo per passare il balsamo sulle mie spalle ora sorridimi e ricordami il tuo, di dolore mentre infilzo nei rebbi della forchetta la foglia condita e te la porgo alla bocca per vederti addentarla.
Il letto era una zattera di legno su cui non trovare il sonno, mi sono alzata tra il buio dei mobili mentre tu dormivi. Mi sono seduta a terra a guardare i cocci ancora lì, a rotolare sul tappeto, mi son chiesta quando si sarebbero fermati. Ho piegato la testa, in diagonale, e sono tornata a dormire da te. E' tempo di tornare a scivolare.
occhi pesti, lo sguardo, solito, svuotato, della notte passata a filare pensieri. Ho ascoltato il tuo sonno, gonfio di un malessere che sceglie apposta le parole sbagliate. Ho smesso di essere, perché avevi bisogno di pace, credi di averne bisogno, mentre i tuoi fianchi intirizziti cercano di opporsi alle ore prime del mattino. Tutto si raffredda troppo in fretta, quest'inverno. Un grande NON. Sto sulla soglia. Sono la porta.
Ho fatto un furto. Ho le mani straripanti di bigné,sotto il grembiule nascondo torte sopraffine. Nel sacco di tela grezza aspettano l'assalto creme agli aromi più tentatori. I passi incedono con qualche incertezza. Non è la gola. Ho i capelli che odorano di furgone pieno. Con due piccole sedie apparecchio un tè infantile. Tiro il lenzuolo per creare una tenda, rendez - vous per i nostri pensieri. Canto a mezze labbra, mentre penso che ci sono stati istanti in cui sei stata felice.
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