Seduta con i gomiti molli sul bancone
apro un occhio sul pavimento di coccio
c'è un sole che picchia le liste di plastica
dopo aver salutato il grazioso inchino del glicine
Sento brusio in fondo ai ciottoli
il cerimoniere in livrea rossa
coi galloni dorati lucidati dalla sua signora
apre il corteo di flauto ed oboe
il trombone pomposo intorno
alle voci che lasciano spazio
al piccolo tamburo e il triangolo
Tutti lungo la scala restano incantati
a sentire la musica di zucchero filato
che precede il baldacchino portato lieve
il principino si lecca le zampe con sguardo furbo
ha promulgato l' editto
a Roma, miei, prodi, marceremo vittoriosi
il gonfalone della santa croce vermiglia incrociata al bastone
svetterà da Castel Sant' Angelo
e tutti rimarranno accecati
dalla bellezza della nuova corte
Colano.
Gli occhi.
Grondano.
Le attese.
La forza di gravità costringe il corpo, chiude le viscere calde di impossibilità dentro la guaina epidermica.
Ancora.
Lascio la porta aperta, perché tu possa tornare in qualsiasi ora.
E al mattino.
Il tempo ti porta sempre più lontano.
Infliggendo, al sentimento che osa, il fardello inquieto delle paure.
E' questo, Penelope, il disegno del tuo filare?
Non ci sono Proci, Non c'è contesa.
Si perde il conto, non contano i numeri.
Non è da quello che emergerà il segno delle stagioni.
Ulisse deve arare un ventre carsico.
Amerò i tuoi viaggi e il corrosivo sale. Li amerò di un amore nuovo, perché già li ho amati ogni giorno.
Amerò i doni che hai confezionato per altre labbra e la certezza che questo letto accoglierà, di te, ogni partenza.
Si china e bacia.
Quella pelle punta.
Con il viso incolto, affonda nelle morbidezze della signoria che ha una sola corona.
A lungo. A lungo.
L'amore perso accanto all'amore faro.
Roboante, così è esploso il giorno. Un dardo al cuore di quei giorni intrisi fino sotto la pelle.
Atteso. Implorato.
Osservo la gente nel cristallo alone delle proprie richieste.
In autostrada, sfuiggendo al rinnnoceronte inseguimento, osservo il cielo dei dipinti romantici. L'arcobaleno, scala e drappeggio, ricorda che le particelle celesti si increspano al nostro movimento.
Lo sapevo che saresti stata il coppiere di divini incanti. Medusa senza seconda scelta.
Mi piace. Quando di notte, in punta di piedi, vai a scuotere, incerto desiderio, la scatola dei colori.
Ho pensato di cambiare serratura alla porta, di serrare il cancello e coprire la staccionata alta fino al cielo di rampicanti fitti come pelo di babbuino.
Sono uscita, ho tosato la siepe. Ho oliato i cardini del cancello perché sia dondolato dal vento. Ho urlato dalle finestre tutta la biancheria ansiosa di sole. Ho messo la tovaglia a quadretti sul tavolo sotto i faggi e il vino respira.
Ho scoperto la pelle alla luce, come a te ho donato il mio petto. Che è poi solo una prigione di ossa.
Ma anche il suo sguardo, in fondo, è solo una cristallino mal collegato ai neuroni.
Non siamo, poi, tutti, buffi contenitori, che gonfiano di pensieri ripetuti, copiati e superbi, il tempo del declino, l'unico che davvero viviamo?
Un dono dell'amore è che incide di stupore tutto quello che, a chi guarda, sembra banale. In questo, esprime una ricerca suprema e una rivelazione elettiva.
Gergo. Nel tentativo di creare una lingua unica per qualcosa che, nella sua unicità, è irripetibile.
Espongo alla violazione del mondo questa dimora, che è nave, abisso e instancabile ritorno. Espongo al ciclo di una natura che si nutre di uova e cuccioli e debolezza di vecchi le mie paure selvatiche.
Il cancello aperto non è un invito ad entrare.
E' solo che non ci basta lo spazio.
Regine e giullari e cortigiani:
Emma, amore, preferisci Enrico VIII oppure quello che abdicò per la segaligna americana?
Io preferisco la Red Bull e mi ribalto nelle risate
esistono varie forme di ammirazione
noi veniamo venerate sul carroponte di un' officina
coi calendari fermi ad Agosto
una quarta del genere non può avere l' affronto
dei glutei degli altri mesi.
Esisteva la possibilità che ci fosse il disprezzo
di chi ha spostato pedine e ha buttato la Regina
perché per suo capriccio voleva il Re tutto per se
questo utilizzo getta un' ombra e mi fa tentare piccoli dispetti
Mi guardi assonata da sopra la tazza di the
mentre tenti di farmi mangiare qualcosa
che non sia lo zucchero cristallizato nella tazzina
Voglio andare in Francia, Emma, voglio andare via
voglio che ci trasferiamo
e che tornare sia vacanza e non realtà
non sopporto più questa ubiquità
non sopporto più questo clangore
forse il barile sta iniziando ad essere raschiato
pensa, di nuovo cominciare
pensa, di nuovo vivere
non ricordarmi che il ciclo si compierà di nuovo
non farmi considerare che fra anni sarà di nuovo così
Apro gli occhi affossati, ho dormito con strati di protezione
calzettoni per non ferire le piante dei piedi
un maglione per picchiare il freddo
è dato di fatto che oggi ci sarà sole e caldo
mentre offrirò bevande a lingue straniere
vorrei poter chiedere ad ognuna
che gusti sentono e come sia casa loro
che paesaggi vedono gli occhi, per poterti raccontare tutto
Probabilmente dovrò tentare
di avere un aspetto professionale
mi giro e ti vedo ancora persa
la bocca assapora il cotone del cuscino
so che vorresti aiutarmi a scegliere abiti ed accessori
se chiudo gli occhi ti vedo decidere per gonne di panna montata
e corsetti color ciliegia
scarpe di zucchero filato e glicine nei miei capelli
I cani piano si svegliano
sembrano bambini felici di scoprire che
esistono ancora miriadi di ore per giocare
I gatti sanno di sonno rattrappito
le nostre piante ritornano vampiri di anidride
E' tutto così perfetto
che stento a credere che sia davvero un sogno
Mi sposto furtiva dal computer
alla borsa
prendo il portafogli con espressione assassina
stai leggendo
tranquilla sul divano
fingi di non notare i miei movimenti degni
di Austin Powers
Rimetto la carta di credito
nella sua fodera
pulisco cachecookiescartelle
pure la scrivania
cosa hai comprato?
mi chiedi senza neanche alzare gli occhi
dalla tua biografia di Lombroso
come faccio a dirti
con il menestrello che vola tra di noi
chitarre di lotte e libertà
nasi adunchi e zampe di elefante
che ho scaricato la suoneria polifonica di sledgehammer?
è così, da sempre; mi offusco di lacrime.
Non mi muovo, perchè penso che se mi spostassi anche solo di un passo, infrangerei questa pellicola delicata e acquerello. Lascio ruotare la casa intorno a me, mentre la musica è una dichiarazione di guerra, l'esperimento per scoprire se con un grido di voce possiamo raggiungere la coda del cuore, inarrivabile fuga.
Ascolto le stanze, che moltiplicano gli angoli e si popolano. Di te.
Amo il mio giardino, in ogni sua stagione.
apri la scatola del coltello felice come una bambina
guance arrossate
pensavi andassi a giocare con lo Stregatto
invece sono andata a caccia
a caccia per te
prede e trofei
pellame e occhi vitrei
le urla sono ormai lontane
mi avvicino allo stereo assorta
sembra io abbia scoperto la pietra filosofale
invece non penso nulla
preparo la mente alle note
giro il trimer al massimo
è un' alba che brucia
vicini di casa, preparo la vostra pira
fammi vedere chi è schiattato e che tempo farà lo scorso week-end.
che bello, che bello, pacchetto!!!
in carta di giornale, brava, così ne approfitto e mi metto in pari con le notizie del giorno.
Rientro in casa, silenziosa.
Socchiudo la porta, piano.
Scivolo a terra, lenta.
Inizio a sciogliere i legacci degli anfibi.
Non li tolgo.
La suola gioca con le stringhe che dondolano.
Ho due regali, per te.
La nostra casa nell' alba che si infiamma di mille voci diverse.
Un coltello di ceramica, prezioso.
affetto la cipolla, le carote, il sedano, base per il soffritto, in tanti piccoli sacchetti da mettere nel congelatore. Il coltello si muove meccanico, mentre penso che mi regalerò quello con la punta in ceramica, per affinare il taglio. E perderci le dita, definitivamente.
Ti sento armeggiare tra voglie lontane.
Ci sono tante rivoluzioni. Barricate, forconi e brioche al veleno. O gocce che scavano un lento costante smottamento.
Oggi, cuciremo insieme una coperta. Tessuto di loden e sopra scampoli colorati, fotografie e racconti e poesie e frammenti musicali, scritti col pennarello.
Ho suonato alla sua porta
poi l' apatia ha preso il sopravvento
lo Stregatto è apparso a pezzetti
perché cambiare
si sta così beeene qui
Mentre fingi faccende in cucina
riscopro l' antica scatola
apro il coperchio e fisso la polvere e le erbe
l' apribottiglia e il trucco sfatto
Ho abbassato il coperchio indecisa
mando messaggini pornografici in giro
quando sono ubriaca
non posso permettermelo, oggi
ho la scheda del cellulare scarica.
la finestra si affaccia su un cortile di pietra, le tende bianche, spesse, uniformano le sensazioni. Sulla porta ho visto passare figure strette in impermeabili grondanti, mentre ora, calpestato dai pneumatici sul pavè del centro, svetta un cinguettio, quasi stridente. Dove sarà nascoto? Mentre drappeggia il tempo corto che porterà alla prossima pioggia.
Ti aggiri inquieta. Troppo piccoli i confini del mondo per il tuo passo prigioniero.
Scrolli le spalle, ma non passa, il pensiero del tuo corpo ancorato. Disagio. Pensi. Stasera non mangio. Ma sai. Che non sarà leggero.
Mi immergo nel tuo silenzio. Lo trovo negli oggetti che hai spostato, apposta, per farmi capire che sei.
Ti ho vista uscire dalla porta e avrei voluto correre, superarti, voltarmi, afferrarti e portarti via. Stringerti al petto, coprire le tue spalle da qualsiasi attacco.
Ma conosco il tuo valore e so che non ti serve un baluardo.
Un bacio, ogni giorno, sulle tue mani strette in una guerra dura.
Per dire che trasformerò la cucina in un laboratorio per preparare unguento. Nessun miracolo, ma cura.
E da quel cornicione, precipita in me.
un posto cui tornare
Ridacchi già
scivoli con la schiena sul divano
allargando le gambe in posa
prepari la macchina fotografica
la Leica che rubai a mio padre
con la sua stessa complicità
Ridi vedendomi spalancare le vetrate
e salire sul davanzale a strapiombo
senti dalla strada strepitii di terrore
mentre come un cristo brasiliano
apro le braccia e alzo la testa
Il vento gonfia tende e capelli
ridi come una folle nel fotografare
i miei piedi nudi sul granito
che spuntano dai jeans sdruciti
Canto a squarciagola
come una rockstar all'apice
se mi lanciassi volerei
lascerei sulla pellicola un movimento veloce
mentre la mia voce urla
Inside is
A heart of summer soul
Don't let them
Take it away
Cause inside
Something solid gold
So don't let them
Throw it away
Words they meant nothing
So you can't hurt me
I said words they mean nothing
So you can't stop me
I said your eyes, they say nothing
So you can't hurt me
On summer days like these
I said words they mean nothing
So you can't hurt me
Follow
Your own path from here
So don't listen
To what they say
mi piace questo posto
è ventoso
ci sono pochi arditi che resistono
forse, nego alcune delle regole del gioco
ma io amo te
minimalismo
è il mio letto, il mio lenzuolo
il nostro bagno,
la nostra vetrata
e un mondo da solcare
dicono che a pochi contatti corrisponde morte sicura
replico che è per un solo contatto che ancora sono in vita
uso improprio
trasgressivo
baciami
sul ciglio del letto, ti vedo
lo sguardo che pesca nell'orrido
hai bisogno di vivere
semplicemente
a parenti, amici, vicini di casa o incontri casuali sul treno
ho detto che tu sei la bellezza
che ti consumi e bruci i tuoi petali, più leggeri delle ali di Icaro
e sbocci di notte
e cadi spossata
ho detto che sei mia, in me
sei una stele sotto una tempesta di sabbia
sei una nuovola di sardine argentate nell'acqua di pura salsedine
e se oggi il tuo cielo resta immobile e muto,
accarezzerò i tuoi capelli, i tuoi occhi che sbarrano nell'insonnia l'incubo dell'inevitabile alba
nutrirò con piccole gocce sulla punta delle dita
la fuga accidiosa
dandoti vita
semplicemente
Dicono che Guernica fagociti Alessandro Volta
ne danno l' annuncio sui muri
dicono anche di ninfee e pic nic sull' erba
sorrido stupita nell' osservare questa morte
mi dico per orgoglio che son gli altri a rantolare
sorvolo sull' ipotesi
neanche troppo remota
che sia io ad accartocciarmi con poca eleganza.
Abbiamo sistemato il terrazzo
rinnovato guardaroba e suppellettili
è un' ogiva
salgo e resto sulla punta con la punta di un piede
senza accorgermene scivolo lungo il nuovo lato
Tu non sapevi di questa mia sonnolenza
rimani prima stupita poi ti arrabbi
ad amici e parenti annunciavi un nocciolo nucleare
ti ritrovi tra le mani una larva che striscia
allibita non sai che fare
se non offrirmi una foglia di gelso
Sul muro appenderò pelli di orso polare
scaccia fantasmi navaho
sulle mensole sassi anasazi
nel portafrutta pompelmi sugosi e gialli come il sole
nel freezer quiches lorraines
in bagno disseminerò di lavanda provenzale
i davanzali
ho speso tempo ad ascoltare i nostri vicini
parlavano di politica economia e questa gioventù
li guardavo con sguardo da ictus
metterò tende nuove
e comprerò set per la tavola
e mazzetti di fiori di campo
la libreria si gonfierà fino a scoppiare
i cd voleranno come ufo
i gatti avranno collarini col campanello
nuovi abiti leggeri per festeggiare la primavera
scarpe morbide con tacchi pericolanti
occhiali da sole per creare mistero
fai tu l' estratto conto?
sul muro ho appeso una spada, era del nonno.
e un quadro di stoffa, cucito da mani africane.
la voce è talmente poco abituata al parlare che ora si arrota sulla gola come una lama troppo a lungo rimasta nel buio di un cassetto.
da bambina volevo sempre sapere come andava a finire, non importa se bene o male, ma esprimevo una necessità di compiutezza. Nel tempo, ho amato i percorsi non conclusi, le storie che non sono altro che emissari e immissari di opportunità infinite, di paralleli corsi, di esangui smarrimenti in terra e nulla. Eppure, manca ora la parola fine.
Vorrei vedere la tua navigazione a vele piene.
Perché hai talento, il tuo morso ha un'impronta indelebile, hai abbondanza e alchimia generatrice, suono di martin pescatore nel petto caldo di un felino, hai dita che, come reti, catturano l'istante al mare della dimenticanza, della rassegnazione.
Vorrei che cancellassi i non.
E che le tue assurde battute fossero arabesechi a decoro di un'intensità concreta, non solo sognata.
Vorrei che tu, tu.
Senza temere il dolore, perchè non si può evitare.
Senza narcotici.
Stupenda.
sì, mangi troppo poco
lo dico, mentre guardo la tua forza opporsi al vento,
detergi la fronte con la manica della camicia
e annoti su un piccolo blocco i nomi leggeri delle piante con cui fai espoldere di vita il nostro ponte verso il cielo.
Ti piace ritrarre le tue attese in petali e foglie.
Ho le palpebre spesse, pur avendo smesso di bere.
Tutta questa luce mi occlude.
Le orecchie ovattate come se vivessi in quota, o meglio, dietro a un vetro, ma sotto pressione, tangente la strada, la via, il negozio e i passanti, i clienti di oggi, lo schermo che ripete le illusorie certezze, i tuoi pantaloni saltellanti sui fianchi, il cuscino, i cani. Orecchie tappate, esserci, occupare lo spazio, comparsa che svolge precisa il suo copione, ma se si cambiasse cappello o abito o occhi o fisico contenitore, non cambierebbe la scena. Casuale risposta.
Amo dei fiori di cui non conosco il nome, cascano argentini e azzurri dai balconi della riviera ligure, li trovi ai bordi delle strade, decoro per villette e palazzine, mentre li sfiori con l'emissione tossica dell'auto, petali delicati che non resistono allo strappo, foglie strette, lanceolate, verdi, ma senza presunzione.
Amo le fresie irruenti e il cappero che sorprende.
Amo il rosmarino, nel quale il cane si rotola dopo il bagno in mare e odora di arrosto col fiatone.
Ma c'è troppa luce.
Rialzo la schiena poggiando le mani sulle reni
come se fossi incinta
guardo lontano oltre il balcone
mi sta tornando la fame
nel frigorifero rosso anni cinquanta originale restaurato con mini celletta freezer e maniglia cromata
prendo un wurstel e lo faccio esplodere nel microonde
non ha sopportato lo sbalzo temporale della tecnologia
con il wurstel che pende dalla bocca
vado in soggiorno ed accendo lo stereo
è questo che ascoltavi, mentre ero via?
trimer al massimo
scarpe che volano
ti faccio la mia migliore imitazione di Byrne
usciamo
voglio comprarmi uno smoking estivo bianco
una camicia nera e mocassini con le nappine
voglio comprarti un basso elettrico
sarai la mia Tina Weymouth
non importa che tu non sappia suonarlo
lo appenderemo alla parete
stesso impatto di chi
usa abiti firmati per fare le pulizie in casa.
Dobbiamo comprare terriccio nuovo
voglio assolutamente basilico, maggiorana, timo e salvia gigante
salvia da friggere per sgranocchiarla durante l' aperitivo
e voglio voglio voglio
palettina e rastrellino in stile inglese
poi poi poi
piantine di peperoncini
e un miliardo di piccole agavi
cuscini della suocera
e cactus dalla faccia tenera
Non possiamo esimerci da un paio di cappelli di paglia
e grembiali serigrafati
e stivali alla caviglia per proteggerci dalla torba
Non obiettare che abbiamo solo 20 mq. di terrazzo con le piante tutte in vaso
lasciati andare
ah
cavalletto e attrezzatura per gli acquerelli
voglio dipingerti mentre vanghi con foga
un vaschetta di petunie.
Le imposte socchiuse
moquette morbida
premere invio
sentire la voce affamata
Sono tornata
è stato un viaggio lungo
il treno ha sferragliato
Considerazioni sul poco cibo
so che sto mangiando poco
guardo il sole sul terrazzo
che ne dici di qualcosa di estroso
invece dei soliti gerani?
Sola a casa, me ne infischio dei vicini. Forse perché è un giorno qualunque e mi sento affondare come in un qualunque giorno. Prendo i tuoi dischi, nel caricatore ne stanno cinque. Gioco con la manopola, silenzio e boato. La batteria suda dentro il mio stomaco, le chitarre si arricciano tra le pieghe della pelle, il basso sventra l'addome prolasso. Mi vedrai immobile in mezzo alla stanza. Attraversata dalla musica, antimateria dell'essere.
Griderai, anche tu. Forse canterai.
Non ho dato spago al barbaro devastatore. Tutto sembra in ordine.
Covo.
Violenza.
Mi dispiace.
Camminiamo sotto la pioggia insistente, due cappellini sul marciapiede.
Mi dispiace, mentre sposto il peso fino a sfiorarti la manica.
Di averti chiesto, senza prima avere interpellato il tuo desiderio.
Sento il suono della tua voce, delicata come Beato Angelico.
L'amore è l'esercizio languido della crudeltà.
Non essere cibo per avvoltoi di cristallo.
Ti sfilo la giacca madida, stasera solo film e schifezze ammazzastomaco.
Sul treno, infilerai la mano nella borsa. Una pietra grigia e verde, rotondamente vellutata.
Ricordi quando l'abbiamo rubata all'abbraccio del Tanaro?
Accade. Succede.
Il tempo perde ogni valore.
Gli occhi bruciano una salsedine mortale.
Vorrei che fosse lacerazione, dilaniare la carne, scorticare, crocifiggere, seviziare e poi ardere, consumare con l'acido, lasciare in pasto ai topi, agonizzare in una putrefazione che odora di dimenticanza.
Invece, è una marea che sale.
Soffocamento lentissimo.
Costante consapevolezza di una fine che non arriva mai, ma dissemina i suoi umori di morte,
E' guardare il proprio corpo e non riconoscerlo.
Volere muovere le gambe e accorgersi che non ci sono più.
Volere afferrare con le dita e prendersi a schiaffi con una mano di plastica, inutile e estranea.
E' pensiero senza ossigeno.
E' arrancare. Trasformare le parole in miasmi.
Assenza.
Assenza.
Assenza.
non posso dimenticare
che nulla si possiede
che perdi ciò che ami nell'istante stesso in cui lo tocchi
che l'addio è cominciato esattamente quando i miei occhi sono precipitati nei tuoi
l'inzio è il seme primo della fine
non posso dimenticare
che non c'è salvezza
che succederà ancora
non posso dimenticare
che ti amo
ed è già tutti compreso
baita
baita
formaggio formaggio
prati e rogge
voglio fare un beato nulla per l' eternità
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