parli, da sempre le tue parole mi penetrano, si distendono sulla mia pelle e lentamente si introducono, si distendono, si insinuano come acqua di mare negli interstizi più nascosti. da sempre, mentre mi baci, sento il sapore di quello che scrivi, la ruggine dei tuoi ricordi, quel tuo modo di ritagliare inquadrature imprevedibili, la sabbia dei faraoni e la navigazione. da sempre, quando il tuo sesso mi esplora, io sento l'invasione dei tuoi racconti, la convivenza della tua musica, i tuoi amici che sono speciali, i tuoi passi di ragazzo a Londra e le notti di senso del dovere.
la mente è il settimo senso.
sgnep
amore mio, stasera grigliata di carne.
Odio gli insetti. Non voglio mettere la zanzariera.
Puoi ingaggiare tu battaglia con quella specie di cervo volante?
Amare te non è già una profanazione?
Ho un bellissimo paio di scarpe nuove, color covilla, che è poi un frullato al mirtillo. Non le indosserò mai.
Esiste l'amore legittimo?
Non parlo di quello stupendamente santificante che avvicina l'uomo all'umana miseria.
Ma di quel sentimento che snatura il corpo, che lo fa sentire limitato e allo stesso tempo spasmodicamente teso verso un'espansione, le cui colonne d'Ercole rimangono per sempre sconosciute.
Quel sentimento che non sa dire basta perché coniuga ogni verbo al tempo della necessità.
Quel sentimento che, posto di fronte all'altrettanto estrema frontiera del rifiuto, annichilisce e non si spegne, ammalando il fiato di un singhozzo mai spento.
Esiste l'amore possibile?
Chi lo decreta?
Siamo noi grotteschi, crudeli, blasfemi come gli dei.
A volte, i valori sono canyon, mentre parliamo il respiro soffia nelle cavità, nei vuoti.
Non dico che non esistano, tutt'altro.
Siamo veterani della tribù dei codardi.
Sì, sto bene. La casa? ho ancora le lampadine sospese, mi ricordo, mi ricordo, di fare l'invito a cena, sì con tutti, li ho fatti aspettare ma è solo un problema di organizzazione. E il cambio di residenza. Perché non vai al mare? <spiego che la felicità, fosse anche apparente, mi è insopportabile> avrò il ciclo la settimana prossima e il mare non è adatto. Devi fare sport. Mens sana in corpore sano. Ma una mens insana in corpo grondante salute è ancora più irritante. No, sto bene, va tutto a meraviglia.
Domani, giorno di consanguineità.
in realtà io non so nulla. Immagino.
Ho provato a sedere ad altri tavoli, ma dopo un po' il vociare annoda i pensieri nella strozza
preferisco guardare e ascoltare
e vedo anche meraviglie
ma il mio omerico giardino non ha paragoni
e quello che gli altri amano di te
è appena lo sbocciare incantato della tua bellezza segreta
gongolo
di orgoglio
aspetto il tuo ritorno
e il senso che sta per manifestarsi
mentre le emozioni si muovono con le velocità dell'urgenza
io aspetto
credo che anche la mia vita avrebbe bisogno di un editing
It's up to you.
Do you know it?
I won't play-say anything.
It's up to you.
Alla mattina, nel tratto che mi separa dalla scrivania, e la sera, sulla via del ritorno, leggo.
Libri presi per simpatia, per richiamo, per desiderio, per assecondare un suggerimento.
Il problema è che non so dire se il libro mi piace o no.
Non riesco a emozionarmi.
Capisco quello che leggo, ma resto impassibile.
Sono fredda.
Sempre più incapace al dialogo.
Vorrei dire, ma quando provo a lavorare all'uncinetto i pensieri, mi perdo. Escono frammentari, inciampano, si contraggono subito.
Manca il clinamen.
terapia
non ci credo
oppongo la resistenza dei talloni nel terreno
ho la mente castoro, alza dighe
quiete
passare senza lasciare traccia
poi, la sera, assistere allo scontro tra il ghepardo e l'ippopotamo
scegliere l'assenza
sapendo che le linee si comporranno in nuovi disegni e, se mai solleverai lo sguardo, ti troverai in un dedalo ancora più amaro.
sapere
il crinale sducciolevole
e stare a piedi nudi
che importa
arrivare a casa in tempo
in tempo per chiudere la porta
leggere
con soddisfazione variabile
pensare
a quando c'era la voglia di scalare la distanza
e poi tornare
al tempo che gira senza lancette
Innominato fuori posto.
Il fluido della vita è il cambiamento. Abbandonare gli argini, ormai troppo lisci per fornire un appiglio alla cima, ormai troppo irti per offrire speranza a uno scalo.
Me lo ripeto.
La chiglia beccheggia sotto le bianche scogliere di Dover.
Insalata di carote?
Metti le scarpe, prendi la borsa.
Via, si va da macDonald's.
Ti farò vedere dodici modi diversi di mangiare patatine.
Ovviamente uno più disgustoso dell' altro.
Con grazia plateale apre il frigo e ci ficca la testa dentro a vedere cosa possa darle sostentamento.
Con malagrazia il cane si piazza tra lei e i ripiani illuminati dalla luce a controllare che non ci sia qualcosa che
inavvertitamente
si possa mangiare.
Insalata di carote.
Mangiamo un chilogrammo di insalata di carote, è deciso.
Il cane la guarda disgustato e va a tirare fuori da sotto il divano la scorta di emergenza di pringler's al formaggio.
Che diamine, anche la depressione ha una sua dignità.
Quanti anni hai?
Cento. Come il drago e la montagna.
Cento come le gocce di pioggia cadute questa sera.
Come una favola che non merita di essere raccontata.
Di quale colore sono i tuoi capelli?
Spezia in grani.
Colore di notte nel fienile.
Mangio senza sentire il gusto.
Mangio la malinconia in insalata di carote.
Mangio per illudere il tempo, per occupare i minuti, mangio sgraziata, qualsiasi cosa, uccido la particella di sodio aprendo mille volte la porta del frigo.
Mangio odiandomi.
Sapendo che dormirò sogni di cornicioni, modellismo, bambini bianco latte e animali in metamorfosi. E mi sveglierò, domani mattina, odiandomi ancora di più. Portando l'involucro inviso a farsi sparlare dietro.
Pane, olio che vira dal verde all' oro, un poco di sale, e un florilegio di formaggi che danzano sul ripiano di legno
giocano coi coltelli
Una rabbia che sale
che cresce
Una stanchezza che scende
che si smorza
E maionese, ovunque.
Ironico, carino, scrive ridendo degli arruffamenti di pensiero. Leggo, sorrido, in mezzo alla gente infrango sui denti la complicità di chi sente le proprie manie prese al lazo, sorrido, perché ho una grande nostalgia. Di quando, sentimento impavido e leggero, ridevo di me.
Gravidanza o incubazione?
La creazione più bella o la più spietata distruzione nascono sempre da un grembo protetto.
Forse dell'amore si può parlare solo quando è passato. O, più vero, non tutti ne possono parlare. Forse sarebbe meglio tacere, tacere della vita, del vento, delle lacrime, delle ginocchia che scricchiolano, del sorriso in una foto, delle emozioni note, delle note inattese, pudicamente, rispettosamente accettare l'appartenenza al popolo dei senza voce. Anziché ogni giorno sottoporre al lifting la propria insufficienza, che, sempre più tesa, è una maschera grottesca. Poi, famelici come lupi, aggirarsi rubando parole, sognando altra pelle. Risposta così semplice da essere spietata. Quello che sento e che non so dire. Il consenso che non può arrivare. ArtiGiano bifronte, ladro che non può copiare.
A volte, sgraniamo parole per non dimenticare o come preghiera.
Ma quanta illusione sottesa.
Guardo. Osservo.
Capisco perché in queste mattine profumi di lavanda di Sault.
mi tieni nascosta
clandestina, sono nelle parole che ogni sera vengono cancellate
parole su video
senza memoria
mi tieni nascosta
non come frutto proibito
non come ritmi la voglia sotto la mia sottana ampia e aperta su un terrazzo d'estate
mi tieni nascosta
come la vergogna
tampone sull'ulcera di un giudizio di cui hai paura
e che per primo dai
mi tieni nascosta
tra le pareti di una casa
che io non chiamo mia
che tu non vorrai fare tua
prigione molleggiata di letto
dalla quale proietto l'ombra pingue nelle luci del giorno
le ore produttive
in cui il tuo pensiero è lontano, con apparente giustificazione
lontano come quando mi parli, ma non hai il coraggio di siglare il mio tempo di decubito
sorrido
i denti
ma gli occhi
Penelope almeno creava
e ora che accarezzo il tuo capo sul grembo
so che mi bacerai
perché è un dolce abbandono nel lento fiorire delle cosce
inadeguata
ecco la risposta agli inviti
la ragione di tanta refrattarietà
il contrappeso dell'ignavia
Rose e papaveri.
Acqua che sale, a onde, gonfie. Saltiamo per vincere l'amplesso spumeggiante. Non stiamo giocando. Gli occhi strigono mani pietrificate. L'avviso della fine che arriva.
Le strade che conosco, così familiari, in cui nulla è più come prima, si sono alternati commercianti e anziani, custodi e rumori, cani e bambini ora uomini, ora altrove.
Corro, in affanno, lo sguardo rimbalza sui muri, radar per non inciampare, ma è la mente che urla. Devo salvarlo, devo arrivare, prima che l'acqua lo trovi, Devo arrivare. Ho le gambe gelate di mercurio incapace di sbattere le ali. Non arriverò. Non arriverò. Ho fallito. Ancora. Fino alla fine.
Diario personale. Dite.
Vomito insignificante di vissuto.
Non c'è storia qui, la storia è tutta fuori.
Qui c'è un giardino che regala frutti sacri, ma non come pretesa, sacri per chi li mangia.
Qui c'è un tempo grinzoso, che dentro i solchi nasconde le attese, ancora.
E mi dispiace per chi legge e storce il naso. Mi dispiace per la vanità che non ho.
Quante volte ho pensato di non alzarmi più, di non venire più qui ad aprire il banchetto e distendere l'insulso papiro, cantastorie senza musica e senza disegno.
Non essere capace. La cifra di una vita che pesa, che non va via nemmeno se sotto la doccia gratti con paglietta puntuta.
Eppure, il giardino regala frutti sacri, per me.
Conoscete miracolo più grande?
Delusione? Sì, per forza.
Uno pensa: ma tanto non cambia niente.
Non è vero. Cambia.
Sono anni che sta cambiando, perché il silenzio non sempre è riflessione, bensì resa.
Nel silenzio si annida il pericolo, l'inesorabile trionfo di chi si è mosso come serpe lasciandoci la leggerezza illusoria dell'assenza di pensiero. Il silenzio è senza occhi, perché lo sguardo sente il bisogno della voce.
Delusa.
Perché la non scelta è contraddizione stessa dell'etica, quale che sia.
Amareggiata.
Perché, lo dico, ho dato il mio segno a favore della libertà, anche se sono contraria all'opzione. Perché non è che devi cambiare i tuoi valori, ma nemmeno per questo imporli.
Perché credo alla speranza, da qualuque parte arrivi. Perché amo i miei genitori e alla fine non avrò figli da amare.
Perché, prosaicamente, credo che non si possa rinunciare a priori ad essere competitivi, per poi andare a elemosinare scienza e benefici.
Turbata.
Perché la vita è educazione, la relazione è educazione, la società è educazione, ma stiamo rinunciando ad imparare. E a insegnare.
Nichilismo.
Finto.
Preoccupata, nel vedere minate le fondamenta. Tutto che si risolve in una zuffa rabbiosa, dove non è consentito avere un'opinione, anziché interrogarsi su come lavorare in positivo. Anziché chiedersi con quale terapia si può sconfiggere il cancro crudele dell'indifferenza, perché un popolo che rifiuta di esprimersi sulla sua stessa vita è veramente malato.
E io non voglio emigrare. Ancora stupidamente credo nell'appartenenza, per la quale è stato versato sangue.
Carciofi Blu.
a compilare i moduli sono così pigramente inetta che sono scomparsa nell'ultimo censimento
Non sento la musica, la sento solo con le orecchie.
Ricodo domeniche con le chitarre.
Quasi non mi rendo conto del silenzio che c'è. Increspo appena la vita.
Fine settimana maratona per il voto.
Guarderò l'estraneo.
Credo di essere in un gruppo solo sul tuo cellulare.
Mi piace sentirti creativa.
Deriva, forse, ma per un mare più grande.
Cedesi corpo per possessione.
Astenersi demoni buffoni.
Via le lenzuola
Via i vestiti pesanti
Stereo a palla
Stasera insalata di mare
Fiocchi di ricotta ed insalata belga
Chardonnay di Sicilia non troppo freddo
Fai sorrisone
Si?
Sorrisone
Ecco qua la mia Emma
Lei è bravissima a riempire i moduli
E dirà che son scappata in Israele quando quelli della Food And Drug Administration verranno ad arrestarmi
Per del vino esportato illegalmente negli Sati Uniti.
C'è l' estradizione tra Israele e gli U.S.A.?
Allora andiamo in Canada.
Pure il Canada?
Eccheppalle, mi nascondo sotto il letto coi gatti,
tu dì loro che sono transessuale e sono in Croazia a farmi operare agli zigomi.
Ma ciao.
Quanto pensi di aspettare per dirmi:
"Cambia la musica, per pietà"?
Cigolano i cardini, arruginiti dal sudore delle sere estive, qui sul lago, dopo notti con le mani strette a nodo sulle lenzuola, grinzose come pelle di rettile, strpicciate come pietra di talco. Lenzuola spaiate.
Ti ho sentita mille volte occupare l'ombra, quasi a chiedere se mi stessi cristallizzando in una irrequietezza che mina ogni possibilità di azione.
Sento, non sento più i piedi, sono punte di frecce, che, quando cammino, trafiggono la madre terra, incastrano il passo, costringono le ginocchia a iperestensioni oscillatorie.
Non esco, alla fine. Per non costingerti ogni sera a venirmi a estirpare alla strada come fossi erba cattiva.
Sono un'onda, mi gonfio e ricado in me stessa, nuova spinta al successivo precipizio.
Credevo che sarebbe stata utile la talassoterapia, salsedine e vento dritti sulla pelle, e ho pianto. Ma le lacrime cadendo non hanno levigato i passi, i sassi.
Se sto male? Non posso rispondere. L'aggettivo è l'apice transeunte di una condizione che, quando si tramuta stato, smette di sostenere qualità, quali che siano.
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