Indosso i pattini da ghiaccio: bianchi, perfetti, le lame scintillanti, la punta arrotondata e mi alzo e inizio a scivolare e a solcare e ballare la pavanne per te amore mio
la mia Virginia, la mia Orlando
sospetti io sia Sasha e che attenda la morte del padre per sentire il peso della neve sotto le scarpe
il rumore dei passi è carta che si appallottola, giornali vecchi che crocchiano sotto la cattiveria del petrolio
ti ho lasciato il tuo tempo
decisa a farti decidere
e scivolo sul ghiaccio ora mi giro e sento l' aria perforare la nuca e chiudo gli occhi e Orlando diventa Virginia e diventa Sasha e diventa neve
non amo l' estate il suo caldo e il suo colore che cola sudore
Sasha ama l' inverno col suo bianco crudele e freddo
Orlando ama la primavera del glicine che sputa germogli e i denti di leone che aspettano di essere strappati
Virginia cammina sul terreno calcareo dopo i papaveri
il caldo no
il caldo scioglie il ghiaccio
ti leggo di gelo e neve sui cuscini del divano
l'uomo barbuto sorride dalla finestra
ci guarda fermo e si bea del non comprendere
ti lascia un sorriso e continua a camminare
parole
scivolano dalla tua pelle sulla sua lingua riarsa
inseguono seguiti, che nessuno nomina. O li descrive in modo imperfetto per nascondere la condanna, sentenza del passo, prima della danza.
siamo iceberg, affrontiamo il tempo con la nostra superficie affiorante, sensibili, su quella zona, al vento e al sole che disegnano i richiami verso i quali poi spingiamo la nostra direzione. Dimenticando l'affondo, la massa che pesca. Fino al nuovo rovesciamento, che scompiglia le rotte. Ed ecco, svettano sulla superficie di sale nuove pulsioni, da cui essere avvinti.
Dimenticando. Di cercare chi siamo.
Ardere. Forse.
Credimi. Non solo non ho verità, ma nemmeno approssimazioni.
Aspetto che i segreti possano svolgersi, come tracce di vita sulla neve.
E' tutto diverso.
Bisognerebbe imparare.
Sul divano, ci sono impronte a compasso, mentre cerco un indirizzo e vorrei. Un tempo.
c'è un silenzio senza vento
ho l'anima immobile, seduta a gambe aperte su un pavimento di pietra ollare invaso di possibilità, che ripongo in barattoli fumé.
c'è un silenzio archeologico
di quando tu non eri previsto
di quando andava bene grigliare i giorni su una brace di insoddisfazione latente, ma non pericolosa
torno a questa terra che credevo di lasciare alle spalle come confino per la miriade di non eletti.
e osservo, in distanza, il laccio dell'innamoramento che sinuoso si stringe su illusioni di slanci traditi, per un istante - diciamo - fosse anche solo un istante di sentimento perfetto, ma poter dire che l'abbiamo provato.
sono stanca.
mi avvilisce la lotta in piccoli quotidiani inciampi
sento che sceglierò un compromesso che mi porterà ad annullare ogni attesa
e non ci sarà posto
se non per il perduto
abbandonato
parlo dentro una bottiglia.
asfissia indistinta.
Mi permetto di insistere.
Tu non puoi immaginare.
Ogni giorno sentendo il confine così labile, sapere che non esiste distanza che non possa essere attraversata dalla mannaia violenta del dolore.
Confrontarsi con questo non riconoscere i tuoi laghi.
E che non c'è niente da fare. niente da dire.
non mi sfiori, neanche per distrazione.
no, non lo sai.
è una cosa che non sai.
soldatino di piombo, dentro un fuoco che non divora e non cessa, attirato da un'ombra. Alla fine.
è un silenzio senza neve
senza le donnole bianche, mimetiche
tronco disegnato a carboncino
ustione pietrificata
sul selciato il lieve vorticare delle parole perdute
dormo accanto a un cuscino, ritratto soffice della tua assenza.
nei giorni, anelli che si arrampicano sulle braccia cocentrici fino a diventare anni, le piume si sono pettinate di lacrime. ora odorano di umido boscoso, cattedrale che alimenta i suoi segreti.
ogni notte, spazzolo i capelli, che incedono cambiando colore.
mi sdraio.
e ti rivolgo le parole che non sentirai mai.
vivo l'esilio, come chi sa di non appartenere.
le vele si sono gonfiate e ripiegate infinite volte, l'aria delle diverse stagioni mi ha illusa di un tuo richiamo, un profumo furtivo e crudele ha avvinto i miei sensi su un tuo impossibile ritorno.
compio i gesti
annullata
io non ricordo
ancora ti vivo
e grido
Perché dobbiamo difenderci? perchè dobbiamo difenderci da chi abbiamo amato e amiamo?
razionalizzare, ecco.
ricondurre lo scarto alla presa diretta sulla vita che beffa costantemente la nostra illusione.
credo di capire, perché non riesco a dire, perché è tutto involuto, scheggiato, come direbbe mio padre, superficiale.
la mia razionalità è limitata, un castoro cresciuto con altra specie e quindi poco esperto di dighe.
a un certo punto, si ferma e diventa incandescente nel magma emotivo, affettivo, dilagante.
esposta, come abbiamo nutrito e plasmato questo nostro essere terra e mare
sovrapposizioni complementari, che non si sottraggono mai, che si modellano vicendevolmente
mi manca
mi manchi
un presente eterno
ho bisogno
non generico
quel modo, quella conferma
quel prendersi cura
la mia identità, plasmata dalla tua mano
è dentro, lì dentro, che io so chi sono
la vita è un ossimoro
incontro di contrari in funambolica esibizione
disprezziamo la debolezza
quella stessa fragilità per la quale mi hai eletta
disprezzo
non disprezzo chi è senza difese
anche se conosco la saggia regola della ragione
consigli, con la razionalità allontanare e governare
mi ribello
alla legge
di cui condivido la verità
ma non riesco a fare scendere la mannaia
mi manca
mi manchi
mai meno di tutto
dicevi
anche la fine, totale
non ci sono tempo e spazio per dire tutto quello che vorrei, per ripertere all'infinito questo accavallarsi di lacrime e parole e pensieri come detriti non biodegradabili nel deserto.
perché non c'entra "potere", io posso. posso venire qui e attoricigliare nodi su nodi, ma la parola ha senso non solo perché esiste un'aria in cui diffondersi come suono, ma perché COMPRESA. La comprensione, quell'atto tanto innaturale quanto volubile e destinato a estinguersi, sempre, comunque, quell'atto che porta il dialogo ad essere un incontro di vuoti e di pieni, che tra loro si accolgono, si accomodano gli uni negli altri, in una paziale rinuncia di sé che ci fa sentire speciali, per un po', belli, per un po', così uniti, per un po'. La comprensione non è, non può essere solo un'espressione razionale, non basterà mai, la comprensione è amore innamorato (quindi, finzione) e mallebile abnegazione, in parte, comunque sentire che quello che di me sembra rinunciare, in realtà si accresce di stupore e meraviglia, Illusione. Sempre. Poi, non so quando, oggi non mi importa neppure come, cambia. i nostri confini che sembravano terra pronta a farsi disegnare dal mare sono lastre lisce e si diventa onesti, sinceri. Crudeli.
Ecco perché credo che la comprensione tra popoli sia impossibile.
rimpianti tanti.
che nessuno ci abbia visti. ora porto una testimonianza di qualcosa che mai testimoniato è come non avesse calcato il suolo.
un dolore come tanti
peggiore di molti
meno nobile di altri
succede
le differenze: soglie di consapevolezza e architravi già marci da tempo.
Leggo, mangio, mangio, leggo, ore fuori, in cui faccio il finto pesce dentro un acquario. Ieri sera, ho provato ad andare (e già solo a pensare al suono, sento quel raccapriccio, cui non so perché ho deciso di opporre resistenza) a una festa. Quattro bicchieri di Negroni ghiacciato e la sensazione del peso specifico del mio corpo. Una scusa pronta, perfetta per non essere maleducata, anzi, ho rimediato qualche garbato cenno di rammarico, e finalmente, i quattro giri nella toppa e il divano. Misantropia.
non mi importa nulla.
va bene prendere un libro e delegare.
l'unica cosa che vorrei, dopo un anno di lotta inane, dopo avere perso ogni occasione, per amare o per lottare, per colpire o punire o andare via, è non sentire più questo verme che divora, decomposizione dell'anima. vorrei una pastiglia, va bene qualsiasi colore, non per distruggere il verme, il cui lavoro di annientamento e sterco è l'unica cosa buona che mai potrà fare la mia vita, ma per non sentire più, di giorno, di notte, quelle improvvise fratture, cedimenti roboanti, che schiacciano i piedi sul terreno e affogano di lacrime. Non abbastanza coraggiosa per smettere di vivere, vorrei non vivere, semplicemente, senza fare rumore, senza dovermi più appoggiare alle pareti perché il pianto è magma che preme contro le pareti del cuore. Leggere. E basta.
immagino, veloce, mi colpisci con corde e mi agganci con uncini - io capisco, io so, io sento, io bevo, io , io, io, tu, tu, tu, tu
noi
non si sta spegnendo nulla
non lascio spegnere nulla
se vorrai posare le dita sull' interruttore sarà tua scelta
rispettabile, odiabile, piangente, tutto
ma non aspettare me per incolparmene. non puoi. perché io ti amo, e tu non puoi farmi questo.
semplicemente.
Riesci a immaginare?
Arriva quel momento in cui immaginare non è più sincrono, in cui l'empatia sgattaiola timida, parola ragno dentro il vocabolario. Quel momento in cui.
se tu immaginassi, non sarei qui a fare domande.
a sentire la vita colare da voragini che non filtrano, ma spurgano.
scivola via da ogni lato, la sostanza. mi accusi di forma prevalente, ma non riesci a sentire che scivola via da ogni lato? capisci? sono immobile e frane e inondazioni, detriti, resti. e una coniugazione impossibile.
non riesco a dire niente e vorrei, invece.
ore e giorni in afasia, è questo il fallimento, l'inquitudine che rende liquidi i pensieri.
perché io penso
ti sento ancora in questo cigolio di erosa consapevolezza, edera che soffocherà nella ruggine
ti sento ancora
e non sono nemmeno capace
di finire
perchè ci sarà sempre una domanda a tenere la mie pelle come straccio all'uncino
vorrei solo spegnere
spegnere
vorrei avere parole
capaci
e un cuore bianco
e un coltello negli occhi
vorrei avere un corpo
vomere e cicuta
e labbra lucide della tua disperazione
vorrei
essere il tutto della tua moltitudine
e non avere
paura e possesso
Fissa lo schermo con le mani lungo le guance e si chiede si scrive gance o guancie ma non ha importanza comunque sia utilizza parole come comunque sia e anche 'spetta neh apparte tutto ciò i gatti son disperati aspettano cibo come bambini del bangladesh sia come sia apro l' acqua della doccia stasera cosa mangiare stasera partire vorrei partire non sarebbe male partire sto considerando l' ipotesi della pozione magica di Alice e rimpicciolire tutto così i miliardi di cose si restringeranno e tutto ci starà in una borsa di juta coi fiori giganti sopra applicati margherite, ricordi? solo margherite e anche papaveri devo prendere l' antibiotico e togliere il mezzo di comunicazione dal fornitore di energia perché a me, solo a me su tre giorni uno ci ho la batteria morta, l' altro son senza soldi nella scheda e il terzo ovviamente non ho campo. Comunque indi perciò ho trovato un brufolino in una posizione dolorosissima da schiacciare e sono lì in bilico che non so bene cosa fare.
Schiaccio?
Squeeze.
C'è polvere entrando in casa. Sei sul divano tipo otaria arenata. Muovi il culo e usciamo. Solo perché da Marzo a Ottobre sono confinata tra miliardari che credono che lo scopo della mia vita sia servirli e riverirli non significa che tu non sia la mia foca. Non spiaggiarti.
(ho fatto errori di grammatica? Refusi? Si? No? Pazienza. Vado a fare la doccia. I gatti hanno fame. Otto e Cino stan preparando l' ammutinamento. C'è ancora cicoria, in frigo?)
non c'è stata lotta, solo attesa e lento consumarsi del tempo, dei ricordi, delle labbra, di quello che fu e odio la coniugazione dei verbi. non c'è lotta, ora, che ancora ti difendo e espongo l'ultimo fianco libero da tagli e morsi alla tua lama che ha un sorriso acuminato e cola cera e miele su carne rossa. non riesco a eliminare il fiato, a silenziare il battito fino a diventare un leone marino e assorbirmi là dove musi deformi di buio possano pasteggiare. apnea. per sempre. nè con te né senza di te, ma ripetuto ogni giorno, perché sia indegno cammino. non vado dal dottore, non c'è morbo o infezione. mi preparo ad una perversione così atroce da macchiare la mia anima di peccato indelebile. e raccogliere gli sguardi di disprezzo dentro ceste e usarli come latte putrido per il bagno. e forse tu smetterai di ascoltarmi, così sarà arida la mia lingua in refrain. non ci sono più domande, torna il silenzio e quel senso di non trovato che credevo perduto, che pensavo guarito. non è credere, è vivere, che non si può cambiare, genetica dei sentimenti. spalanco occhi incapaci di credere e ruvidi di angoscia. mi chiedo domande che non hanno risposta, domande che non interrogano ma implorano un'altra partitura. quelle mani che suonano e che non so aggredire, e ancora mi impegno per capire perchè penso sia giusto. giusto. corretto. o non mi importa, in fondo il corpo morto non risponde e diventa sperimentazione per necrofili. dimmi dov'ero e tu. dove. udito per rumori sotterranei. mentre lo guardo, l'estraneo, e prometto cose non vere, la differenza è che saprò di mentire e potrò odiare me. e non ci sarà più. quella me che non ha posto e tempo. che è teca per abissi.
Segno d'aria, donna di terra.
Copro il viso con le mani.
sotto identità fittizie si cela un unico percorso. E lo stesso bisogno di una via di fuga. Vivere con la corsia di emergenza. Cammino con irregolare stanchezza, il cameriera è la slot machine che mi farà vincere il gelato soffice pesca, mentre canto De André.
Da comunicati intendo la tua navigazione su mari pescosi.
pensieri come panni stesi dimenticati, ripassati dalle piogge, incrostati di sabbia cristallizzata al sole. non c'è nulla. quel gattino impenitente che gioca ai topolini con le tue dita dei piedi. lieve, il non dire. che permette ai tuoi baci di insinuarsi tra le scapole e raggomitolare tutti gli organi interni per lasciarti spazio. il desiderio è un ossimoro. mentre cammino sui bordi di un strada taggiasca e illudo il tempo con la semplificazione, che non va avanti, ma non sa far tornare. Lentamente, scricchiolo, sotto un presente che si riempie di crepe e mi chiedo se sia sufficiente tenere la casa lontana dalla piena del fiume o se sia proprio la valanga che ne allarga le spalle e darle la possibilità di essere lì, ancora.
del maiale non si butta via niente, eppure non riesce a stare simpatico.
mi arriva l'invito per un'inaugurazione. lei è bionda, capello cortissimo, madre di un piccolo lord, fresca ancora come acqua d'agrume, sorride e forse ha anche pianto, dice che con l'analista non si migliora, ma si impara a suonare il jazz.
e se perdo un appuntamento, mia stagione al profumo di mirto sotto il sole.
perdonami
sono in assenza
le ore su una tradotta da penitenziario
i giorni primitivi, sequenza di sole e di luna
senza tacche sulle pareti
qui, sempre
il mio ti amo gridato al mondo
Nell' accezione logica e civile delle cose
un discorso razionale pretende risposte razionali mentre
una illogica consequenzialità di parole
richiede solo o sorrisi scintillanti oppure un netto rifiuto come quando passi vicino
ad un bidone della spazzatura troppo pieno.
Vorrei vedere il suo viso
vedere che espressione ha
potergli fissare gli occhi
e tirar fuori intanto
la bustina di semi di basilico
urlandogli se sa quanto tempo e quanta fatica richiedano le piantine a crescere
e sentenziare lapidaria:
mi pari il tipo che si merita di comprare i vasetti di pesto pronto all' esselunga.
Vieni qui, piccola mia.
La fune c'è, ma per lasciarlo penzolare,
cibo solo più per corvi che son stati scacciati dal nido.
credevo di essere pronta, credevo. Invece, abbiamo parlato e ora che ti allontani, ora che opponi la tua razionalità stupenda alla mia anima allagata di sangue, vorrei cancellare le mie parole.
perché non è vero.
non è vero.
non è vero.
esiste
o no?
ti chiedo aiuto, l'ultima coda di un sentimento che so che stai perdendo.
ti chiedo di lanciare l'estrema fune. ancora. ancora.
perché sento l'acqua nei polmoni.
perché non posso.
"mi hai fatto, TU, un discorso razionale a cui ora pretendi una risposta del tutto irrazionale. Io non capisco."
aiuto
aiuto, Amore mio.
Mio meraviglioso giardino, non lasciare che scenda la morsa del gelo, perchè ci sono mille nuovi pollini che aspettano di trovare in te fioritura. Si sente.
Io sono così insufficiente, mio bene prezioso.
Una pendice brulla e sterile dopo un grande fuoco.
Per tutto quello che tu sei, mi metterei a mani nude a raddrizzare la curva. Non presto, non tardi. Ora.
E farti trionfare come dono nel mondo.
Dentro di me piovono pietre, frane continue, falde luciferine.
Porti sul nostro divano il fardello di dolore silenzioso, sottile e penetrante e trovi ad accoglierlo fauci ugoline sollevate su lembi di pelle, che si rigenreano, per essere nuovamente pasto.
Dicono che il problema sia l'amore verso se stessi.
Sagge parole.
Ma l'amore, in ogni sua forma, non è un sentimento che risponde a comando.
Come posso amare ciò che con occhi di drago odio?
Odio.
L'incapacità, che non solo impedisce di essere speciale, ovviamente, ma, con stupido orgoglio, si sottopone sempre a confronti impietosi. La pesantezza del corpo e la banalità delle parole. I miei baci spuntati e segreti senza profumo. Odio. Tutto quello che di me non ti trattiene, non ti fa tornare. Odio quello che di me non è, quasi più di quello che di me senza sapore vedo. Odio le parole che dico e la paura, che non mi fa incantatrice di sospiri. Odio il mio tempo, sempre in ritardo, sempre in altro luogo.
Mi dici che non mi amo, ma se non mi hai amata tu, tu che stupendo potevi, che senso ha?
Inganno. La vita è puttana che mente.
Ci aggiriamo, lupi contro lupi, illudendo per un istante, dimentichi del potere, della responsabilità, credendo lo spazio finito.
Quello che provo grida nella gabbia del tempo. Tempo di cui non conosco la fine, perché risponde un'eco cava e non importa il dopo e quasi implori che non ci sia. Anche se piangerò, su quell'ultima soglia, ancora, senza scampo, lo strappo da te.
mi stanno scivolando addosso i giorni di nuovo
io so che mi scappano
non riesco a farci nulla
ieri il suo viso era triste
colpi al cuore continui
uno stillicidio portato avanti con meccanica precisione
penso che andrò dritta nella curva
presto e tardi
non è uno sfogo, non è un laboratorio, non è liberatorio.
credo che sia per non dimenticare.
o per seppellire.
strano rapporto con l'ad di là immanente.
pensiamo che l'odore dell'assenza muta e proteiforme possa essere coperto da un pistillo accecante.
e improvvisamente, oltre il pensiero si apre il come eri e cosa sei, asportazione per nulla asettica di vene e spasmi.
così, la tomba non è un confine, ma un territorio, un argine, per giustificare la propria inutilità.
trompe l'oeil e vasi torniti nei colori più caldi.
è bello sentire la vita attraversare le tue braccia, esili ed elastiche, fatte non per abbracciare, ma per intrecciare i fili raso dei desideri.
sempre più vicina, la soglia del possibile.
tra prima e dopo e canti e rossori di schermaglie e spunti e tempo che scorre come acqua di torrente e così lo immaginavo e così conosci quel bisogno segreto, che vuole confessarsi, ma più si gratifica, se premiato per apparente immediata e non rischiesta sintonia.
la gola lavora il piacere in sonorità rubino.
Scuoto la polvere dai sandali. L'aria è umida di pioggia appena accaduta, manifestazione impetuosa che pure non ha lavato il vuoto secco tra le dita.
Scuoto il mantello di questa vita che sta sul piano acciaio autoptico, a lato pende un cartellino che riporta il mio nome. Ma quanto mi costa riconoscere l'agglomerato narrativo, che, uscito dal mio inchiostro, non mi appartiene. Terribile sdoppiamento, di più, moltiplicazione deformante dei vorrei e se avessi saputo, io sono e non so.
Oggi abbiamo affiancato la panchina. Richiamo cioccolatino di anime allacciate in spasmodici giochi di lingua e mani sulle assi verdi davanti all'università. Il mio ricordo condivide uno spazio comune, così che è eternamente violato e negato all'unicità.
Il tuo abbraccio è sereno, quello dell'amore che tale si dice, ma può rinunciare.
Sei sempre stato migliore di me.
Mi prende l' altalena
inizio a dondolare
le mani sulle corde che reggono il sedile
aria veloce in faccia salendo, vento che spinge scendendo
iniziano a crescere rampicanti campanelle bianche
coprono anche le mani che stringono
mi dài un colpo più forte
arrivo a quasi fare il giro della morte
gambe e piedi dritti e tesi a fendere l' ossigeno
e urlo mentre volo
urli anche tu
prendi le nuvole
non riesco, Emma, scappano
non si fanno prendere
io cerco, ma non le afferro
spingi più forte
ti prego
spingi
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