Il dolore ha, per chi possiede talento (io me ne taglio fuori) una fase creativa iniziale di inusitata potenza.
E' la fase in cui trasformare il dolore in parole, musica, colore, tratti, forme alimenta una sorta di appagamento narcisistico.
Credo. Che sia per quello che spesso le esistenze finiscono per occupare un angolo della piazza e offrire, con obolo volontario, il loro spettacolo, invertendo per un istante le esigenze, sublimando il bisogno di una catarsi corrosiva nell'attesa dell'applauso finale.
Il dolore ha, in una prima fase, un incanto che produce l'ennesima illusione.
Quella che nello schianto che quotidianamente sollecita al parossismo la cassa toracica ci sia la sopravvivenza eterna di quello che prima per noi era vita pura.
Così, paradosso, è il dolore stesso a infliggere alla nostra sofferenza l'ultima sconfitta.Perché ancora non si era consumata l'estrema resa, la ricerca impossibile del confine sul quale il per sempre diventa mai più.
Il dolore, alla fine, non è altro che un suono di vocabolario solo per spiegare a chi ci guarda perché in noi non ci sia più movimento.
Il dolore, alla fine, è sterile, arido, ripetitivo.
Non ho più parole e non mi interessa scoprirne.
Quello che so è che lontana da te non perdo la vista, ma non ho voglia di guardare. Lontana da te, c'è una solitudine impotente, smarrita. Lontana da te, ci sarà il tempo che resta. E le parole mancanti. E libri che non saranno condivisi. E risvegli e giornate e passi, che, nati per te, saranno erranti. E pieni di errori. E pensieri sempre più piccoli. Ci saranno le notti desolate e le domande perdute. Ci sarà l'incedere dei giorni, in cui, sempre, sentirò la mutilazione, il cuore che si protende verso la sua estensione e spezza il respiro, perché non ci sarai tu.
E amerò.
Te.
Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]