ho perso il senso del tempo, rotolano in me i giorni, continuamente recuperati alla memoria come acqua in ricircolo nella fontanella da giardino di quartiere. ho perso l'istante in cui tu sei stato crudele e so che lo sei stato, ma oggi non è vetro infranto, solo un modo diverso di amare.
ho un nulla di attesa e l'ignoto inavvicinabile, mentre rolla parole al tiro in un camino intrecciato di dita.
E l'oblio sopraggiunge prima del suono, così ti vedo cadere di fronte alla mia soglia, come sasso lanciato da forza insufficiente. e non mi riesce un brivido. nulla.
vestita, copro ogni centimetro di pelle, esasperato velo, giochiamo a nascondino, sì, ma senza rincorsa per cercarci. lasciami qui, mentre non voglio credere a un nuovo passaggio, conto, recito filastrocche di stelle e regine, di statue e orologi. mi giro, illusa di ombra. solo per scoprire che sei. l'amico immaginario del mio incanutire.
Sto nevicando anch'io. Memoria in fiocchi.
Cado sul tuo ombrello, turchino, sotto il quale stringi forti le spalle e inventi riparo per ogni centimentro di pelle e di panno. Mi calpesti, sono calco della tua orma, del tuo passo che vuole solo superare l'ostacolo e cerca di assecondare l'occhio inorridito dalla profanazione pece dei pneumatici.
Il marmo viene levigato dalla cortina ingiallita sotto i lampioni notturni. La piazza vira su un grigio leggero, un bianco pesante. Nevico sul tuo sonno e sul corpo che accanto a te si scalda.
Nevico su come tutto si cancella. E rimane. Verità per senza orecchie.
Carne viva sotto pioggia di sale.
Sono settimane strane. Passate sotto la doccia per lavare incontri, sguardi; passate sul tappeto, fuggendo dal letto, ad arrestare il ricordo, soffocato dal tempo; passato a decidere cambiamenti, che pietrificano il sangue; non sarai più sola. E sono. In abissi di nostalgia, cercando risposte che non arrivano. Sono nelle parole nate morte, nell'impossibilità di essere raggiunta, incapace di rabbia, assaggio il mondo per sputarlo con disgusto. Mentre basta una proposta per ripiombare l'ansia. Serramenti induriti dalla nebbia.
Penso. Ti penso. Abbasso gli occhi sul libro per illudermi di dimenticanza e il vetro rimanda, con rabbia dispettosa, il mio riflesso.
Non trasmissioni virali, solo una sera fuori. E l'ennessimo addio. A chi non sono.
Mi trovi rannicchiata sul divano che dormo rabbrividendo dal freddo. Ho su una coperta che non ripara molto, due boules d'acqua calda addosso fatte a forma di gatto. Mi svegli piano, mi dici di tornare al letto, di sistemarmi dalla tua parte, dove l'avallamento è ancora caldo. Seguo gli ordini come un soldatino lobotomizzato, sento i rumori in cucina. Quando torni in camera con la tazza di latte e miele mi trovi che russo come un trattore che dissoda tutti i campi da qui a Timbuctù. A terra, ai piedi del letto, fogli di carta stampati, il mio nome in copertina. Un cuore disegnato a penna, cambiale firmata senza guardare date di scadenza e cifra.
E' da molto più di un anno che il tempo del sonno, lasciando il corpo al cosiddetto controllo involontario, produce un effetto. Assumo evidentemente posizioni nodose, il corpo si accartoccia come una foglia che, caduta a terra, viene arricciata e ricomposta da gelo, umidità e anemico sole. Al mattino, mi ritrovo centimetro dopo centimetro sempre più piccola e ogni centimetro perso attanaglia di indolenzimento le ossa. Rotolo tra i piedi dell'orco.
Delusione. E' latte che si versa dalle pendici e invade il pavimento, latte, bianchissimo, che copre gli interstizi tra le piastrelle e le cancella, tanto inesorabile da fare venire voglia di berlo. E dire: è buono. Un attimo prima di vedere galleggiare i ciuffi intirizziti di polvere e le scarpe.
Ancora la stessa domanda, che non ha trovato, evidentemente, riposta soddisfacente o rassegnante. E la trappola scatta sull'anima roditrice, criceto che gira nella ruota. Gialla.
No, non ho ancora letto. Perché ho gli occhi paralizzati o forse, ho paura. Di non essere abbastanza per te.
Ho messo via le carte e le luci e il disco carico di memorie. La tua musica regna incontrastata. Dopo due settimane di laringite, torno a suoni comuni alla specie.
E il buio batte contro i vetri, tribalità metropolitana.
Irrequieta, mossa tra illusione di una fine e illusione di non essere. Quella paura che odora di selvatico, che rantola nel buio del bosco, che sbarra gli occhi ad ogni immaginario confine. Senza. Percorso di purificazone, per nulla. Appartenere, al di là dell'esperienza sensibile. Incompiutezza che non si rassegna.
Mi manchi.
E' accaduto, di nuovo. Tempo che inganna, che affonda denti assassini nelle ultime cellule vive, che gioca crudele con il mio essere sempre sulla casella sbagliata. Oca che insegue un bandolo negato.
E' accaduto. Quando senti il tuo essere che cerca di squarciare la pelle come un mutante degenerato. Ecco. Allora, è meno doloroso cercare la ruota sotto la quale annullare finalmente ogni spasmo.
Non c'è sedativo. Il cuore rimbomba sotto lo strato cutaneo, che quasi pulsa come collo di lucertola.
Nessuno spartiacque. Anzi. Solo un incontro mancato.
Lo sapevo.
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