Testa ovattata di umido, raccolto in assorbenza di pelle transitando trasversale sul collo del Mediterraneo. Quelle giornate che io amo tanto, con l'acqua che produce uno sciabordio opaco, mentre senti vesti che frusciano ai fianchi delle calli e nel rio terà, e il cielo non osa infrangere la formula magica del desiderio impossibile e offre una protezione complice, per poi ferire con lama accecante e profilare San Giorgio nel quadrifoglio avamposto di odore di merletti e Otello in pelle adamantina.
Nelle tasche, le dita arrotolano i sogni mai inseguiti, quello che mi piace è il colore, quando precede l'odore. I tacchi allungano la falcata sul ponte, cercando quasi apposta l'insidia sconnessa e mi stringo in un mantello eccessivamente precoce e ascolto battute mediocri, fingendo l'entusiasmo dopo avere dichiarato avversione.
Questo prolungamento di inverno si insinua sotto i miei vestiti come un incantatore, mi illude di possibile nascondimento. Ancora. E sollevo il tappeto del giorno, per nascondere cocci e briciole, avvolgendomi come corpo di spire attorno al languore del buio, allo sguardo protetto dalla zattera di vetro della finestra, mentre osservo fuori e tutto sembra meno appuntito.
Indosso il corpetto strettissimo, tiro i lacci, forzando costole rilassate da generazioni. La sottogonna profuma di lavanda e fiori bianchi, si arriccia appena sotto la carezza della seta vermiglio. Uno sbuffo leggerissimo subito sopra la rotondità pan di spagna dei seni, i guanti lunghi di tono più chiaro. Nel mio cappotto nero, disegno banali scene finalmente in sintonia con la storia di quelle pareti.
Sul letto, nelle lenzuola di lino - ancora lenzuola di lino! - mastico biscotti danesi burro e cioccolato.
vorrei poter dire, ma non riesco. sono come erba incolta sul ciglio di un torrente senza nome. si prepara una sospensione, breve, dicono, eterna, per me.
Vorrei ballare, vorticare, spingere il cervello contro le pareti del cranio, fino a confondere orrore e paura. Vorrei capire questo formicolio che scorre sotto la pelle di fronte a certi pensieri. Questa non appartenenza dell'anima alla sua scatola di latta. Vorrei espellere, come un ratto di fogna, questo magone terminale, e il terrore del colore e di quel tempo. Che non torna. Vorrei ingoiare acido muriatico e divorare il cuore, non come ora, come se piccoli insetti si accanissero in famelica necrofagia, ma in un istante, una bolla in superficie dopo il risucchio nel liquido salvifico. Vorrei non sapere che non c'è niente da fare, che accade semplicemente, che non riesco a strapparmi gli occhi e tagliare le mani, protese in accanito rifiuto. Vorrei non sentirmi con quattro occhi, due teste e uno stomaco suicida. E vedo il mostro e vedo il cerchio incantato di illusioni, sì, ma almeno vive. Lenti che si sovrappongono. Odio e desiderio. Consapevolezza e totale follia, che vorrebbe stracciare i vestiti e rincagnare in un angolo e freneticamente morsicare, cibo, materia, fino a fare indolenzire la mascella, e poi urlare e tacere, passare il braccio teso sulla scrivania e farlo esplodere, attentato alla regolarità. E non cercare più, combattere le ultime porosità dell'anima, con piccoli rattoppi di cemento, scogliera contaminata, velenosa e deturpante, ma iperigienica.
Si alternano oceani di indecidibilità. Marosi di parole atrofiche, in perenne stato di mancamento. Si alternano le fucilate di luce di questi giorni, un vento insolente, che a tutti i costi sospinge, che solleva vortici di vite e le ribalta in diesis. Si alternano addii granitici, candele accese a una divinità beffarda. Si alterna un viso in scatola domestica e la sua narrazione cara, preziosa, un tessuto segreto. Si alterna il labirinto, leggero mal d'aria, il passo del rampone pesante di neve, prima del taglio livido di un salto. E sentire che il dopo ha lettere minuscolissime, una cartina di caramella caduta accidentalmente da una tasca, un oltraggio sul ciglio di un cammino ubriaco. Prigioniera, perché non partecipo. Sempre più disallenata al contatto, tanto da avere paura come animale selvatico. Mentre mi chiedo, se non ho sbagliato anche le professione.
Detriti di una notte passata a pensare che non ci sono parole per la nostalgia e per questa amputazione che è il morso nero e fangoso di un animale affamato di sangue. Depositi di un sonno che è stato un pellegrinaggio tra stanze in cui il tempo articola i possibili universi e improvvisamente li sottrae. Avanzi di un incontro mancato.
Il grigio ha sospeso, per un attimo, la sua morsa sclerotizzante e si avvicenda una parvenza di cielo, di nuovo pensando con angoscia a quando il clima tingerà nelle sete la voglia di spazio, e impazzirò, rappresento la deposizione della mia nudità. La luce atterra sfibrante sulla pelle acida, sollevo la mano con gesto burroso, semplicemente osservando le cicatrici di vita per nulla pittorica. Giaccio contro una parete scura, talmente fonda da lasciare intendere confine incerto o la resa di fronte ad un possesso che non può essere fermato.
Sento rumori. Il fruscio leggermente abrasivo degli spicchi che si separano, è la mia testa, che arranca, arancia. Ma senza succo. Un dolore sommesso, che a volte accoltella il timpano. Il rumore dell’affondo, del passo iperesteso.
Uncinetto ossessivo, di nodi e di catene. Di segnali di corpo che stuzzicano ansie cattive, strappa da me questa pena. Questo dolore statuario. Questa voglia di afferrarsi le ossa fino a farle schioccare e, irregolare, diventare materia per la Ravensburger in un magazzino da bonificare. E la ritorsione infida della coda, che oppone una rete, un ancestrale rifiuto a dire ora. Perché se fossi brava davvero, davvero brava, sarei più grande dell’assenza e ti porterei oltre il confine. Resta solo l’odio, per l’inettitudine dell’anima, per l’insufficienza del cuore, per questa carne deposito.
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