Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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*loading* ospiti a pranzo
 

Sono stufa, proprio così. Legna che continua ad ardere per un un fuoco senza scopo, tiraggio perfetto, camino barbuto. Due dita nella gola, per stanare il rigurgito che sembra occupare tutto il petto.

Estate, stagione, giornate filibustiere, guardando avanti soluzioni che non interessano, ma rispondono a una prassi. La mente che imbriglia se stessa e chiede solo pareti.

Mi piace di te l'incessante movimento, la variazione dei toni, come ti avvolgi nella tenda per declamare il quotidiano accadimento. Mi piace di te la generosità, l'estensione mirabile e la bellezza. Sì, la tua bellezza, che ancora mi rivela un senso.

Arretro, senza recuperare.

Mi piace di lui la razionalità consapevole, l'alternanza di seduzione libertina e padronanza della materia, che vuol dire smottamento, ma senza smarrimento conclusivo. Mi piace l'aroma di un riconoscermi, ma in un meglio che invidio. Forse, scivolo sui sassi.

Ho addosso un disagio inquieto, pelle pesante, callosa, carapace. Un muro, senza preghiere.
E scrivo con vernice blu elettrico la mia intolleranza.

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emma, pleistocene
 

Quello che trovo lancinante è che appena mi sembra di avere attraversato il guado, accade. Un dettaglio. Che riporta alle lacrime la tipica calda densità di melassa.

Chiusa, una serratura con scatto sinistro poco docile persino alla sua chiave. Estranea totalmente. Con le ansie febbrili del non fatto, piccole condanne che allestiscono cappi in buon ordine ad ogni angolo di strada.

Disarmo autolesionista. Piccoli anni su una piccola torta, spegni la luce, spegni. Cento di queste gavette ed oggi non è festa, né lo è stata. Restituiscimi l'imbocco largo dell'imbuto, spirale di scelte troppo scivolose. Ancora chiedersi e non riuscire ad essere, un attimo, ora, passato, anche questo.

Non c'è rigoglio. Mi spaventa l'estrolfessione fitta della peonia. Dilatarsi del ventre che ha una fame cupa, su di te che mi domandi scenari apodittici e sudi e tieni un giaciglio sul petto. Bevo Buio sopra il nuovo prelievo, natura morta che simula oltre la cornice. Vorresti dirmi che sono, ma tu non hai parole, mi cingi come fusto screpolato di betulla, mi dici voglio sentirti dentro le mie pieghe, pioggia, aria, alterco del tempo. Non regge la scusa della settimana.

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emma, silver spoon
 

SIlenzio di argilla, spaccato, accoltellato dal tempo, afoso e plumbeo. SIlenzio terroso, che lavoro con le mani impastando saliva, e scricchiola tra i denti. Lavorare il vuoto, cesellare il nulla, come se fosse così preziosa l'assenza endemica tra una parola e l'altra. Parole separate da punti, fiati corti per i quali non esiste strumento. Diaframma, cortina, reclusione.

Non sembra ingiusta l'assenza di generazione futura.

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frammenti, emma
 

Sopra un cesto di rose scarlatte offri al rospo tè caldo col latte.
Salta la corda e la settimana, sciogli i capelli sotto l'altana.

Mi manca l'odore. L'odore prevalente, quello che sembra quasi annidarsi nelle vibrisse, per insinuarsi dritto, una colonna precisa, un colpo al bersaglio nel centro del cervello. Filo di palloncino che solletica le dita, piccolo pugno che tiene sospeso un ricordo eolico.

Asso.Luto.
Odio il cinismo che cade come sale sul mio pasto, legionario dell'ultima difesa. Odio la mia inettitudine e mi stupisce questo mimetismo perfetto, che striscia contro i muri e passa come pasta di pane sulle strette di mano, lasciandole immemori. Per questo amo te, così febbricitante e sublime nella dedizione, capace di brutalità aspra, di impietosa nudità e di folgorante bellezza. Tu che mescoli la grazia con i miasmi e mi rendi indispensabili i tuoi occhi.

Il frigo ha sferrato un nuovo attacco terroristico, ma ci vuole così poco a riportare il disordine, sentire la gola che si apre con la deglutizione a imbuto del pitone e il conseguente vittimismo del coccodrillo, a ben guardare mi stanno crescendo le squame. Crema alle proteine della seta, proteine...mah...
Senza odore.

 

 

Cammino sulla riva del fiume, terreno limaccioso che appesantisce le suole, nessun riflesso nell'accappigliarsi di sterpi, sabbia, piccole rane insistenti, nelle acque smosse dai passi. Ho percorso quella strada mille e mille volte e ancora non la ricordo, non ho memorizzato la sequenza di curve e salite e improvvisi angoli ciechi. E' sempre come la prima volta, come una volta qualunque.

Il dolore continua a cambiare, nella sedimentazione e nella strategia che gli consente di sorprendermi impreparata, ancora. Adesso lo lascio cadere sui fianchi, come una bisaccia, che bascula sull'incedere dell'anca, quasi come se venisse spinta in avanti: precedimi e dimmi l'andatura.

Porto in me l'immagine della tua vita, di un tratto, che si cristallizza in eterno, mentre tu cambi e io non vedo come. Mi raccontano del karma, un tentativo di raccimolare un senso al totale inganno di questa apparizione da comparse nello spettacolo terrestre. Ti ho incontrato mentre stavi cadendo, mi sei rovinato addosso, quasi. Ho preso la tua stanchezza, la tua malinconia, le incongruenze, l'apparente fiacca di un periodo professionale, la stanchezza dell'anima e l'onesta menzogna, la confusione. Ora so che cammini in valli serene.
E io che sono radice, senso contadino, terrestre, agreste, fattrice, io che non so dire fine. Ho il karma che è un fottuto transito.

 

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specchio, emma
 

Settimane aliene.
Arrotolate in carta argentata, cibo di rosticceria, ti siedi a tavola e mangi, pronti via, un gesto tira l'altro. Alimentazione pigra, satura, priva di teorie.

E ancora questo cielo invadente, protervo.

Si paga un prezzo di grande solitudine.

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emma, guscio