C'è stato sulla città. Un arcobaleno.
La curva ampia permetteva di contare i colori, quasi oscena sopra i tetti cancerogeni.
Odio i test sulle riviste estive, odio le domande idiote e le risposte cerebrolese, che, però, mi incidono la schiena di picoli freddi da senso di colpa. Odio il non detto e le tante parole che ho versato per non rinunciare e alla fine, ho accettato il tuo finto non notare, mentre taci e mi chiedo come inventare una vita. Sviluppo sostenibile.
Diagramma, Pareto.
Fischi d'allarme di animali in vello mimetico.
Aspettiamo che piova.
Maledetta zanzara, dondolando sul lobo friziona ronzante il volto crespo dell'agente di custodia dell'anima, il sonno. Appena l'occhio schiaccia la tempia contro l'imbotitura, mai molto spessa, del cuscino, ecco che scatta l'allarme anitaereo.
E tutti i rumori serpeggiano nell'aria notturna, mostruosamente giganteschi, il parquet che non smette di assestare le assi, la colonna a rimbalzo del ventilatore, l'affannosa sopravvivenza del cane. Più lontano, la strada non è mai in pace, semplicemente sfebbra in attesa dell'alba.
La voglia di fare si trincera dietro un'istintiva paura, freno a mano sempre tirato di un motore esistenziale iincapace di soddisfazione. Mi rigiro in lenzuola così calde che quasi sembra impossibile che possano, alle prime avvisaglie di inverno, trasformarsi in lamiere naturali di gelo. L'opportunità è l'oppio della mia ancestrale pigrizia, penso, mentre dovrei pensare a come cambiare, cambiare, affondare imporvvisamente il remo solo da un lato e iniziare il vortice, decollare nuove prospettive.
Non posso non desiderare ancora.
chicchi di grandine
spazio piccolo, interstizio molecolare
non è un esercizio, ecco perché langue
non smarrirmi in assenza, curioso scivolare del dolore sulle pareti, dentro una cornice e chiedermi se si può vivere senza concedere spazio, l'emozione come il filo interdentale che preserva i pensieri dalla placca
cantastorie senza preveggenza
nulla si è avverato
la pianta del piede smotta leggermente sull'asfalto molle
le poche piante si illudono di turgore torrido e i corpi si insinuano nella cortina umida, fiatando illusioni
odio il calore dei sedili, intimità di terga in repellenza
cosa fare
delusi di noi stessi, nasi fiammiferai sui vetri di altrui successi o tali
firmo una petizione prima che salga il tasso alcolico
ovviamente, non ha avuto tempo di incontrarsi con me
vorrei solo trovare il modo di placare la sensazione di pelle che si scolla
ora, cambio
mi siedo, prendo i soldi
e faccio come quelli che se ne fottono
se lui mi paga per far niente, a lui sta bene
perché ribellarmi per un assurdo e inconcludente senso del dovere? perché affliggermi in aspettative e voglia di imparare, di crescere, di essere migliore?
mi porterò da leggere
quello che faccio non lo svaluto, semplicemente è inesistente
questo un po' fa male
ma non posso morire
quindi
indossare sorriso smagliante, dire sempre che sei impegnatissima
chiudere la porta
e fare una scorpacciata di Agata Christie
sbattere la porta, sollevare il fiato come un'onda anomala, muso duro, intagliare l'aria con una voce di lama. Bisognerebbe.
non sopportare, non contrarre l'addome ad incassare il colpo, non aspettare, non lavorare di mente per capire l'imbecillità e sollevarla dalla giusta condanna. Bisognerebbe.
non tamponare, non sorridere, esporre senza smottamenti la propria ribellione, imparare che esistere non è un tentativo di conquista, ma un diritto. Bisognerebbe.
ore lunghissime, trattengo, trattengo. arriva la notte di sonno senza stanchezza, ma sfiancata di malessere.
e peggio, per non corrompere la carne di isolamento, fingere ancora che tutto sia, almeno abbastanza bene, mentre ti chiedi se esiste un posto, non per te, ma almeno per abbassare le spalle e dimenticare le braccia.
non so cosa fare.
domano dormirò fino a mezzogiorno.
Distanza non lucida, difensiva. Conversazioni di maniera, ammazzo il tempo con un certo truculento piacere, a bordo vasca, perché c'è sempre un perimetro, un tratto che separa gli oggetti, che permette al linguaggio di enucleare significanti, comprensione ossessiva, muscoli dell'intelletto, intelletto pigro, pieno di bifidi, e parola slabbrata appena tenta l'acrobazia allegorica.
Giochiamo al gioco delle colonne? Pesce, pipa, pomodoro, parma. Ho fame, così mastico più forte delle tue frasi scagliate a sorpresa nell'aria, mastico rumorosamente, ma solo nelle orecchie, assordante frantumarsi di pane croccante e insalata ghiaccia. Non sento la contraddizione in cui vuoi farmi cadere, l'incertezza che riproponi alla mia anima che prima che essere asciutta, è, francamente, stanca.
L'erba del vicino forse è ingiallita dal sole, ma almeno cresce. Il fatto è che io non ho passione botaniche, né aspiro a un ikebana.
L'ora d'aria è proprio di 60 minuti, nei quali, finalmente, canto, con esiti alterni e molto da imparare, ma lì, in quel momento, mi incontro.
dormo tra rabbia e accidia
Il detto "i soldi non danno la felicità" è un postulato che trascura un aspetto fondamentale: è il denaro a consentire, legittimare, far partorire dalle nostre menti ventre la più deliziosa, interminabile, autodeterminante infelicità.
Non è che salvadanai pieni di ragnatele comportino meno funesto sentire, ma, in questo caso, l'infelicità si accompagna a due possibili interpretazioni, quella rabbiosa, che alterna il "ti distruggo per fartela pagare" a un atteggiamento strutturale e metodico, che di proietta alla ricerca delle soluzioni, e quella che è una sorta di simbiosi, non tanto rassegnata quanto a risparmio energetico, con il ciclo della vita. Come se l'assenza di possesso facesse possedere più alternative.
Io non sto male, se non in certi momenti. E' come se avessi limato la capacità di sentire e ora assistessi allo spettacolo non cogliendo appieno quanto avviene in scena e quindi, spesso lasciandomi distrarre da involuzioni, perdizioni, un mercanteggiare continuo, che ostacola la tua voce in avvicinamento. Non è una cattiva condizione, sono perennemente intrise di umido le pareti, ma non piove in casa.
Mi dici leggero. E immagino cassetti di biancheria pulita, le albicocche strofinate contro la manica della camicia, la resa affettuosa e morbida del sesso di primo mattino.
Io non so creare e adoro ascoltare, ho orecchie di dimensioni aliene. Ultimamente mi perdo, così ti volti e non mi vedi. E ogni ritorno è un tracciato inodore, sempre un po' più lungo.
ti penso
al silenzio in cui ci confini, limite, guscio, alla battaglia di parole efferate, ad una mutazione mai completa, guardarsi nello specchio in metamorfosi agghiaccianti e dire sono e affabulare ero.
ti penso e ti chiedi perché di più non sappia fare
ti penso con i gomiti piantati sugli stipiti della porta, pugni sferrati all'anca, mentre ti aspetto in inquietudine
la tua scarcerazione, condizionale, amnistia per il delitto di esistere, ti conduce spesso dove io non sono veglia tu su di lei e con il mio amore lo farai? lo farai? farai
alacremente rimesto il nostro spazio, rimuovo la polvere, rianimo in equilibrio addominale dalle finestre accese i tessuti che le tue dita hanno intrecciato, tessuti vitali di pelle e organi, elastici, sanguigni, sanguinari.
ti penso mansione da parente di terzo grado
e sferro il mio attacco al tempo, allo spazio immoto, al tuo volto di petrificante bellezza mai mio solo mio
Musica, nella mente. Ci sono cose che non hanno senso, un'appropriazione del dolore come gusto stilistico, totalmente sterile, totalmente, alla fine, lontano. Sento le sua mani frugare, rovistare, nel mio petto, come dentro una cesta, dispensa sotto sale, e imbandisce pasti inattesi, a deperimento immediato, pasti contaminati di perverso autocompiacimento attraverso le mie lacrime.
Musica, nella mente. E' bastato un accenno, consapevole, una miccia umida. Curiosamente, posso solo cantare.
Volevo stare un po' da sola per pensare tu lo sai, e ho sentito nel silenzio una voce dentro me e tornan vive troppe cose che credevo morte ormai..... e chi ho tanto amato
dal mare del silenzio ritorna come un'ombra nei miei occhi, e quello che mi manca
nel mare del silenzio ritorna come un'ombra mi manca sai molto di più
ci sono cose in un silenzio che non aspettavo mai vorrei una voce,
e improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto e io ti sento amore ti sento nel mio cuore stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai che non avevi perso mai che non avevi perso mai orchestra
volevo stare un po' da sola per pensare tu lo sai
ma ci son cose in un silenzio che non m'aspettavo mai vorrei una voce
e improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto e io ti sento amore ti sento nel mio cuore stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai che non avevi perso mai che non avevi perso mai.
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