Muscolo involontario, il cuore.
Muscolo volontario, il cuore.
La fame nel mondo.
Di pane.
Di ossessivo appagamento.
La responsabilità è un senso di colpa, leggero, plastificato come una tenda per la doccia.
Spesso le persone si sdraiano sotto un melo e poi, pregano accorate "quanto vorrei che cascasse una pera..."
Odio mio padre per avermi tatuato addosso che dell'uomo non ci si può fidare. Odio gli uomini che ho incontrato perché mi hanno confermato che è vero.
Non perdono mia madre per avermi insegnato che l'abnegazione è una dimensione lecita dell'amore. E non perdono me per tutte le volte in cui ho implorato perché non si ribellasse.
Odio questa tavola che è cresciuta come una canzone e si apparecchia e viene imbandita e si gioca coi frutti delle stagioni, perché chiunque sedendosi, possa prendere a piene mani, per quello che gli serve, per quello che ha fame e pure per gola. Lasciando, poi, sedie vuote e umido lavoro di cucina.
Odio come ritorni, con l'arroganza infantile del lungo pianto, che si dimentica delle sue stesse lacrime e compone nuovi giochi. Odio come mi parli di presente e di noi e di quanto ora abbia un posto, ora, ora che nulla sono.
Odio questo inutile esorcismo, questo parlare con le mani sul viso, sipario di confidenze inascoltate. Perché tanto non c'è soluzione, non c'è redenzione.
Bulimica mi avvento sull'autodistruzione e lo so e non mi so sottrarre. Consumare la rabbia, chiusa in macchina, in parcheggi, sotto angoli grigi, nel prato, con la complicità del cane, consumare le mandibole, fino a sentirle dolorare, e voler tornare indietro, per non farlo, e dopo poche ore, cercare nuovo bolo. Questo corpo che mi appartiene ancora meno del tempo.
Anni, sono troppi, anni. La pena non può essere superiore alla colpa.
O forse.
Mi addolora che tu non mi voglia perdonare, che non ci sia riscatto al mio errore. Che tanto cuore resti pulsante in tombino. E non mi importa sentire che bisogna resistere, perché passerà. Finisce, a un creto punto. Finisce per tutti. E qualcosa succede. Mi dicono.
Non voglio che succeda. Vorrei solo riavere indietro la mia vita, quella, non un'altra, non una possibile. Rendimi la mia vita, con tutti i nodi che non ho avuto la pazienza di pettinare e che ho reciso con forbice maldestra e stupida. Ridammi la mia vita, quella banalità essenziale, l'ovvio impasto di farina e lievito, una fame che altro cibo non sazia. Restituiscimi il tempo, che mi hai rubato e hai sfruttato, che hai avvilito e straziato. Rimetti nelle mie mani la costruzione, la fatica e quel lento sedimentare. La possibilità di vivere il possibile. Abbi pietà del mio utero, del grido che non posso comporre, di quello che non posso chiedere.
è tutto annodato
faccio squillare il telefono, ma solo per ergere una barriera di silenzio che tutto annienta, la capacità di dare una forma ai pensieri che si scagliano gli uni contro gli altri, una lotta a squadre, orde, sciami.
Mi guardavi col volto deturpato di pianto.
E non c'è stata soddisfazione. Una lontana sensazione di liberazione, ma su braccia ormai pesanti di polvere. E un dito puntato sul petto. Pronto a sparare.