fa freddo, piove umido e devo attraversare la città, sono antipatica, vorrei avere qualche anno di meno e qualche sogno di più, vorrei tornare a cinque anni fa e avere più rispetto, vorrei non sentirmi in colpa per avere sprecato le opportunità negandole, vorrei avere capelli lunghi e mossi, vorrei non essere me e finalmente trovare un po' di pace
argine fragile, alzato con foglie e rami e la fretta illusoria di chi vorrebbe
è durato poco
pochissimo
il pensiero fantasma che potesse esserci un tracciato in tutto questo non senso.
L'insicurezza, che è un cancro esistenziale, partorisce figli codardi, che svuotano la stiva e si stringono in vigliaccherie lanose, pietose, senza perdono. Attraverso la casa con le mani sul viso per sfuggire ai riflessi e trascorro giornate in anestesia cerebrale. Piatto. Piatto. Affondo.
Tra imprevisti e probabilità, il fughetto va dritto in prigione.
Ricordo quando, da bambina, tornavo a casa dopo le vacanze, c'era una sensazione di attesa accomodata tra divani e librerie, come se la casa, davvero, avesse custodito un tempo sospeso. L'aria era profusa di odori misti, nessuno dominante, il legno lentamente rilasciato, il vestiario in bell'ordine, i cuscini gonfi, e la luce. Anche la luce aveva un suo odore. E mi sentivo percorsa da una strana elettricità nelle membra, come se quello potesse essere il momento delle possibilità possibili.
Non sono andata via, quindi, non c'è stato ritorno, eppure, nell'aprire la porta ho sentito.
La finestra incorniciata di luci e rami verdi, piccole lampadine bianchissime. Portare il materasso nella sala, per guardare l'intermittenza, per osservare sul soffitto i veli di fasci colorati provenienti dalla madia alle spalle. Una notte, accarezzando il tartufo invernale e umido del cane. Perché è divertente Babbo Natale con voce stentorea e fiammante divisa, ma non meno lo guarderei colma di incanto se fosse un sottile vecchietto in tenuta boschiva.
Mi conforta il "Natale con i tuoi", pur con tutte le sue imperfezioni, pur con le assenze che sottolineano incomprensioni irrisolte, pur con la strana stanchezza di un gran comporre e un rapido disfare.
Succede che quest'anno, ai piedi dei simboli di un remoto religioso sentire, ho messo un grazie.
Forse, non è più tempo di rinascita, ma posso ancora fermare il battito e con esso un istante, uno, uno solo, effimero, sì, infinito, a volte.
Grazie per avermi insegnato, ancora, che anche il dolore ha un tempo. E che non ha soluzione, ma lentamente smette di urlare. Grazie perché non si può risolvere una vita, ma si può cambiare un giorno, un'ora, l'angolazione dello sguardo. Grazie per avermi salvato da ciò che non avevo capito. Grazie per avermi ripetuto che ciò che avevo capito non basta. Grazie per questo capodanno di assoluta e lenitiva solitudine, passato a cucinare e immaginare terre nordiche. E un canto di Bahia.
Nessuna rivoluzione.