Accade di nuovo, questo irrompere improvviso di luce, che divarica le finestre, dilata i polmoni, stringe gli occhi in difesa e reclama - estremista oltranzista - la sua parte, come se non avesse già mangiato il tempo, consumato di acidi l'inverno, espellendolo senza masticare.
I pensieri sono piccole tacche sul muro, incisioni sottilissime, barrette di una numerazione non consequenziale. Per mettere la coscienza a posto o per costringerla a snervante insoddisfazione. Mi chiedi cosa ho provato e non so rispondere: niente. Singhiozzi di affanni che rapidamente tacciono, forse capita anche a te, ma tu non smetti di annusare la terra e cercare una traccia, una sola, che ti faccia oscillare le vibrisse. Guardo. Curioso andare di mani in poesia. Mi chiedi la parola che non ho, solo ascolto, acritico di piccola bestia domestica. Notti di nostalgie, notti troppo brevi per contenerle tutte, così, alla ricerca di un tempo intermedio o intermittente, rovesciando i passi su falsipiano che hanno nascosto l'acqua. Hanno tolto la goccia e la fontana esangue trasmuta in irriverente arida boccaccia, non cambia l'umidità l'intensità della caduta sonora, non mi racconterai cosa hai pensato e come, in quei pensieri, io possa illudermi che, fossi meno gravida di peso incolto, potrei trovare il doloroso piacere morbido di un bacio.
Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]