Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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*loading* ospiti a pranzo
 

si disimpara
cosa solletica le papille, cosa conquista il nostro sorriso, cosa ci piace, cosa ci rende per un istante consapevoli di essere vivi
si disimpara
ad essere felici

lo dico al tuo sguardo cupo e alla tua voce che non ha più variazioni, al tuo senso del dovere che è diventato dovere senza senso; lo dico alla tua insoddisfazione e al giudizio impietoso. e, cosa più assurda, lo dico io.

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emma
 

Il caso prevale
bendato o beffardo, munifico senza generosità e avido con perseveranza, quasi mai divino
il caso decide l'incastro dei tuoi movimenti nell'avvicendarsi del tempo

credo che sia per questo che gli orientali hanno tanto lavorato sullo spirito, sull'assecondare le vicende, senza interrogarle ogni volta, processarle, condannarle, ricorrere all'appello, farle cadere in prescrizione, annegarle nel rancore


che, poi, nemmeno invidio, se non per brevi tratti
mi accapiglio con quel male di vivere, che ci fu insegnato o che si offrì come frutto da un ramo tendenzioso

diciamo che mi illudevo di un miglioramento, con l'età, ma forse questa rimane l'ultima grande illusione giovanile


vorrei saper dire di cosce e liquide miscele, di un desiderio che tenda il corpo come arco, che nella sua trazione estrema non vuole essere rilasciato, ma esplodere in avanti e tutto divorare, ci sono formule che non mi sono proprie e mi chiedo se l'assenza di forma non sia tratto di orogenesi incompiuta


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emma, suppellettili
 

a voler essere intelligenti, che non ci si riesce mai
ad annaspare nella propria mediocrità, che così finisce sempre
a voler dire qualcosa di sensato, usare del pensiero in risultato che non sia distruttivo
a cercare di attingere dal tanto letto, cucendo le proprie contraddizioni con la caducità della memoria

per quel bruscolino
così misero che ora mi vergogno
che ti ha dato fastidio

che non ti farà tornare
che non ti ha fatto restare

se la genialità è un bene immeritato e prevaricatore, che illumina percorsi
e non è tua
se un modesto vivere è una normale condizione
e lì ci sei

mantieni il più possibile salda l'etica con te stesso e non ti macchiare di connivenze che fingi di non vedere
ma la sera bussano

mi pesa, come non so dire, ma devo cambiare lavoro

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emma, working
 

non diedi nemmeno i 30 giorni di preavviso, avevo fretta, fretta di afferare la mia decisione prima che si ammantasse di paura e fosse sostituita da una buona scusa per rimandare. arrivai in questa città la sera stessa in cui chiusi la casa di quello che sarebbe stato prima; la mattina successiva, sotto una pioggia torrenziale, fui disorientata dal vespare inconsulto di una città paralizzata da uno sciopero dei trasporti non previsto. il primo. da allora, se ne presenta uno al mese, almeno. ero senza il cane, avevo una valigia calcolata su una settimana e il tipico nodo allo stomaco che accompagna ogni mia trasformazione, la sensazione di essere sbilanciata su un baratro e non sapere se sopravviverò.

avevo molta confusione in testa, molte speranze, un serbatoio di illusioni, un tumulto interiore tra ciò che possedevo e il delirio incantatore di un tutto diverso solo per me.

allontanarti dal tuo mondo, seppure di pochi chilometri, ti lascia improvvisamente sguarnito. è come se improvvisamente i tuoi limiti, le tue debolezze, le mille odiose devastanti insufficienze, ti fossero sbattute in faccia con violenza. il nostro mondo, che tanto odiamo, a volte, in qualche modo non dico che ci giustifica, ma ci permette di compensare, ci permette persino di non vedere, tutto sembra meno grave, seppur colpevole. lontano, non c'è rete alla caduta, non c'è un punto, un angolo di territorio che ti riconosca un valore comunque, no. ci sei tu e la merda che ti porti dentro.

era il 1 dicembre, pioveva. sembrava di essere in un delirio di cemento e ombrelli, la gente arrabbiata, furiosa, in ritardo, un ingorgo disordinato di frette diverse. questa città per me avrà sempre l'odore di quella mattina, un odore che non ti resta addosso, qui, come gli sguardi, prima ci si evita, poi si finge di non essersi notati.

un tunnel, nel quale sono entrata con le scarpe bagnate di pioggia

non ho più passato un giorno senza piangere e oggi mi trasferirei in Islanda, in una terra fredda con inverni lunghi e giornate corte, una terra in cui puoi stare chiuso, rinchiuso, recluso, per ripararti e nessuno dice niente, nessuno lancia appelli assurdi. ho resistito, ho aspettato (credo davvero di avere maturato una capacità all'attesa fuori del comune), ho ricacciato le lacrime, ho compreso e accolto e smussato gli angoli, ho tenuto vivo il movimento nel silenzio crescente, nei mattini senza buongiorno, nelle sere senza buonanotte, ho creduto, ho creduto con tutta l'anima, ho lottato, ho puntato tutto quello che avevo, non su altro, su di me.

commistione di dolore, stupore e senso di schifo. Lo schifo ti schiaccia al suolo, il dolore ti dilata le interiora allo spasmo e lo stupore è il sentirsi tirare in direzioni opposte e cominciare a respirare corto e in fretta in fretta, un affanno rivoltante. e non smette.

non mi interessa sapere che finirà, non mi interessa, vorrei che ci fosse meno luce, meno rumore, sopravvivo grazie al senso di colpa, perché mi sento in colpa più per gli altri che per me, non credo più a niente e il dolore atroce degli altri non mi solleva per nulla, mi rende più abietta, perché sono un'ingrata.

banale, stupida, inutile
e mi dici che sono speciale, poi te ne vai
gli amici di una vita che non sono più, una vita così lontana che non mi ritrovo più
i ricordi sono liquidi di contrasto di una radiografia mortale

ho fallito

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emma, imbecille
 

recito
alla fine, è sorprendente come al mondo basti sentirsi dire che sei tranquillo, per indossare senza venature di colpa la maschera del sollievo

notti sul divano, televisore acceso, luce
tutto già visto e già detto
cambiano i nomi, lo stesso sensus vacui
l'errore
e il tormento

ecco perché occupo sempre meno spazio

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emma, biglietti