ti penso
al silenzio in cui ci confini, limite, guscio, alla battaglia di parole efferate, ad una mutazione mai completa, guardarsi nello specchio in metamorfosi agghiaccianti e dire sono e affabulare ero.
ti penso
e ti chiedi perché di più non sappia fare
ti penso con i gomiti piantati sugli stipiti della porta, pugni sferrati all'anca, mentre ti aspetto in inquietudine
la tua scarcerazione, condizionale, amnistia per il delitto di esistere, ti conduce spesso dove io non sono
veglia tu su di lei e con il mio amore
lo farai? lo farai? farai
alacremente rimesto il nostro spazio, rimuovo la polvere, rianimo in equilibrio addominale dalle finestre accese i tessuti che le tue dita hanno intrecciato, tessuti vitali di pelle e organi, elastici, sanguigni, sanguinari.
ti penso
mansione da parente di terzo grado
e sferro il mio attacco al tempo, allo spazio immoto, al tuo volto di petrificante bellezza
mai mio
solo mio
Il dolore ha, per chi possiede talento (io me ne taglio fuori) una fase creativa iniziale di inusitata potenza.
E' la fase in cui trasformare il dolore in parole, musica, colore, tratti, forme alimenta una sorta di appagamento narcisistico.
Credo. Che sia per quello che spesso le esistenze finiscono per occupare un angolo della piazza e offrire, con obolo volontario, il loro spettacolo, invertendo per un istante le esigenze, sublimando il bisogno di una catarsi corrosiva nell'attesa dell'applauso finale.
Il dolore ha, in una prima fase, un incanto che produce l'ennesima illusione.
Quella che nello schianto che quotidianamente sollecita al parossismo la cassa toracica ci sia la sopravvivenza eterna di quello che prima per noi era vita pura.
Così, paradosso, è il dolore stesso a infliggere alla nostra sofferenza l'ultima sconfitta.Perché ancora non si era consumata l'estrema resa, la ricerca impossibile del confine sul quale il per sempre diventa mai più.
Il dolore, alla fine, non è altro che un suono di vocabolario solo per spiegare a chi ci guarda perché in noi non ci sia più movimento.
Il dolore, alla fine, è sterile, arido, ripetitivo.
Non ho più parole e non mi interessa scoprirne.
Quello che so è che lontana da te non perdo la vista, ma non ho voglia di guardare. Lontana da te, c'è una solitudine impotente, smarrita. Lontana da te, ci sarà il tempo che resta. E le parole mancanti. E libri che non saranno condivisi. E risvegli e giornate e passi, che, nati per te, saranno erranti. E pieni di errori. E pensieri sempre più piccoli. Ci saranno le notti desolate e le domande perdute. Ci sarà l'incedere dei giorni, in cui, sempre, sentirò la mutilazione, il cuore che si protende verso la sua estensione e spezza il respiro, perché non ci sarai tu.
E amerò.
Te.
Guarda, guarda:
piedi in aria a far pascolare le mucche
faccio scivolare la testa all' indietro
fallin' fallin' down
puoi osservare le otturazioni
il premolare fu fatto da un dentista a Savona
quell' altro invece fu fatto in uno studiolo a Torino
una casetta piccola col portoncino verde
e un parco giochi davanti
e la mia prima cassetta pirata di Peter
sapeva di vinile, un odore inconfondibile
e la copertina disegnata con la rotring
gli occhi spesi sui dettagli della scimmia
il dente mezzo rotto invece rimane lì
le mucche han paura dei trapani
fallin' fallin' down
Esce il sole
fa a botte con le nubi
la gente si rilassa
le bottiglie rotolano per il pavimento
potrei comperare una moto
bassa così tocco a terra
passo a prenderti, prepara il minimo indispensabile
are you laughin'?
can you hear me?
can you see me?
Andremo tra gli Appalachi
sporcheremo le superga di polvere rossa
correrò in mezzo ai tepee e vorrai uccidermi mentre disturbo
la tua conversazione dotta con lo sciamano
come down Gabriel
Una sigaretta
posso uccidere per una sigaretta
strappi ferina la pipa al vecchio ottuagenario
obliato di gin e casinò
me la passi non appena sbuco fuori da una tenda
dipinta come una gallina
e continui a disquisire di manitou, manitoba e mannite.
fallin' angel