Scroscia. Il suono scccc... trascinato dai pneumatici. Ombrelli e sacche e incrociarsi per le strade come se fossimo, tutti, birilli di una gimcana.
Mi piace. A me no.
Non mi riconosco, per niente. Ma non so dove andare a ricercare quella me che ricordo. E' come se, per non precipitare, avessi gettato ogni peso, ogni parte di me come fosse zavorra. E ora sono galleggiante, sì. Ma non appartengo a specie. O vorrei non appartenere a quella. Snobismo? Presunzione? Follia?
Di notte sogno. Tanto.
Con esiti alterni.
E stasera. Sulla laguna.
Mi mancherai.
sbattere la porta, sollevare il fiato come un'onda anomala, muso duro, intagliare l'aria con una voce di lama. Bisognerebbe.
non sopportare, non contrarre l'addome ad incassare il colpo, non aspettare, non lavorare di mente per capire l'imbecillità e sollevarla dalla giusta condanna. Bisognerebbe.
non tamponare, non sorridere, esporre senza smottamenti la propria ribellione, imparare che esistere non è un tentativo di conquista, ma un diritto. Bisognerebbe.
ore lunghissime, trattengo, trattengo. arriva la notte di sonno senza stanchezza, ma sfiancata di malessere.
e peggio, per non corrompere la carne di isolamento, fingere ancora che tutto sia, almeno abbastanza bene, mentre ti chiedi se esiste un posto, non per te, ma almeno per abbassare le spalle e dimenticare le braccia.
non so cosa fare.
domano dormirò fino a mezzogiorno.
Testa ovattata di umido, raccolto in assorbenza di pelle transitando trasversale sul collo del Mediterraneo. Quelle giornate che io amo tanto, con l'acqua che produce uno sciabordio opaco, mentre senti vesti che frusciano ai fianchi delle calli e nel rio terà, e il cielo non osa infrangere la formula magica del desiderio impossibile e offre una protezione complice, per poi ferire con lama accecante e profilare San Giorgio nel quadrifoglio avamposto di odore di merletti e Otello in pelle adamantina.
Nelle tasche, le dita arrotolano i sogni mai inseguiti, quello che mi piace è il colore, quando precede l'odore. I tacchi allungano la falcata sul ponte, cercando quasi apposta l'insidia sconnessa e mi stringo in un mantello eccessivamente precoce e ascolto battute mediocri, fingendo l'entusiasmo dopo avere dichiarato avversione.
Questo prolungamento di inverno si insinua sotto i miei vestiti come un incantatore, mi illude di possibile nascondimento. Ancora. E sollevo il tappeto del giorno, per nascondere cocci e briciole, avvolgendomi come corpo di spire attorno al languore del buio, allo sguardo protetto dalla zattera di vetro della finestra, mentre osservo fuori e tutto sembra meno appuntito.
Indosso il corpetto strettissimo, tiro i lacci, forzando costole rilassate da generazioni. La sottogonna profuma di lavanda e fiori bianchi, si arriccia appena sotto la carezza della seta vermiglio. Uno sbuffo leggerissimo subito sopra la rotondità pan di spagna dei seni, i guanti lunghi di tono più chiaro. Nel mio cappotto nero, disegno banali scene finalmente in sintonia con la storia di quelle pareti.
Sul letto, nelle lenzuola di lino - ancora lenzuola di lino! - mastico biscotti danesi burro e cioccolato.