Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]

 







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rael
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ritorno
scaffali ciliegia cassetti albic
silenzio
silver spoon
sorpresa
souvenir
specchio
suppellettili
suppersready
trichecò
vacanza
wishes
working

*loading* ospiti a pranzo
 

ritorno di frequente in questo spazio
spinta dalla sete, e dalla disillusione

che cosa c'è che non va? nulla di difendibile, nulla che possa avere dignità di fronte a chi deve affrontare l'inesorabile, la barriera impediente, la fisica impotenza

in più, credo che non esista comunicazione senza relazione, che nella clausura ci sia un "dico" con Dio e che l'eremita impazzisca, spettatore spettrale del teatro dell'anima

la creatività si nutre di uno sguardo che vada oltre, che nella melma o nell'orrore colga uno spiraglio narrativo, una specie di divenire, un percorso di discesa, che, però, sia capace di ritorno

credo che se non hai mai usato droghe, non sia questo il tempo di iniziare; che se non hai mai fumato, il tabacco ti piaccia solo dopo il sorso di caffè, ma, intanto, cerchi di rendere elastico il diaframma per cantare Handel "Lascia ch'io pianga"; che l'acol ti dia stordimento, ma non ti faccia dimenticare affatto e poi, da sempre, il bicchiere l'hai visto pieno solo in compagnia

nessuno ti crede, se non deperisci, se l'orbita oculare non diventa apertura del pozzo cranico e i pensieri non sembrano scalpellli sugli zigomi
nessuno ti crede se ti alzi e ti lavi e porti fuori il cane e prendi la metropolitana e non ti piaci quando ti guardi allo specchio, ma ti vesti e scopri che l'iPod nel traffico cittadino è un'irritante impossibilità, se cammini e scrivi e tutto sommato mantieni una regolarità

non ti crede tuo padre, quando gli parli, osando sfondare, perché non hai più anima dentro, il muro di un'omertà disaffezionata e annoveri una nuova sconfitta

nessuno ti crede, ti guardano con lo scanner per individuare la cellulite e pensano che, in fondo, non sei un granché, ma almeno hai modi garbati

e il cibo serale, notturno, festivo, in quei bracci di mare temporale in cui sei costretta a convivere -tu e tu sola - con la tua fisica presenza, è un parossistico accumulo per ovattare i vuoti, per non sentire l'assenza di un respiro, di una buonanotte e di un buongiorno, per ingannare il tempo, quel tempo che passa ed esprime condanna, sancisce gli errori, stritola la carne nel degrado

soluzioni? ne propongono mille
carini
premurosi
concreti

io, però, non riesco
e nulla respinge l'altro, come la consapevolezza di non potere
e la paura, di esporsi ancora, di lacrimare ancora, lacrime più amare di quelle che oggi si stringono in gola, lacrime abbracciate le une alle altre, corteo in girotondo, autoalimentato dal ventre agli occhi, per far tacere il cuore

così, chiudo la finestra, tiro la tenda, copro il divano arancione con un lenzuolo grande, e segno la fine di questo spazio, che tanto ha significato per me, tanto, e ha siglato un legame inscindibile con chi me lo ha regalato.
Grazie, mio omerico giardino.

 

 

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silenzio, emma
 

si disimpara
cosa solletica le papille, cosa conquista il nostro sorriso, cosa ci piace, cosa ci rende per un istante consapevoli di essere vivi
si disimpara
ad essere felici

lo dico al tuo sguardo cupo e alla tua voce che non ha più variazioni, al tuo senso del dovere che è diventato dovere senza senso; lo dico alla tua insoddisfazione e al giudizio impietoso. e, cosa più assurda, lo dico io.

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emma
 

Il caso prevale
bendato o beffardo, munifico senza generosità e avido con perseveranza, quasi mai divino
il caso decide l'incastro dei tuoi movimenti nell'avvicendarsi del tempo

credo che sia per questo che gli orientali hanno tanto lavorato sullo spirito, sull'assecondare le vicende, senza interrogarle ogni volta, processarle, condannarle, ricorrere all'appello, farle cadere in prescrizione, annegarle nel rancore


che, poi, nemmeno invidio, se non per brevi tratti
mi accapiglio con quel male di vivere, che ci fu insegnato o che si offrì come frutto da un ramo tendenzioso

diciamo che mi illudevo di un miglioramento, con l'età, ma forse questa rimane l'ultima grande illusione giovanile


vorrei saper dire di cosce e liquide miscele, di un desiderio che tenda il corpo come arco, che nella sua trazione estrema non vuole essere rilasciato, ma esplodere in avanti e tutto divorare, ci sono formule che non mi sono proprie e mi chiedo se l'assenza di forma non sia tratto di orogenesi incompiuta


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emma, suppellettili
 

a voler essere intelligenti, che non ci si riesce mai
ad annaspare nella propria mediocrità, che così finisce sempre
a voler dire qualcosa di sensato, usare del pensiero in risultato che non sia distruttivo
a cercare di attingere dal tanto letto, cucendo le proprie contraddizioni con la caducità della memoria

per quel bruscolino
così misero che ora mi vergogno
che ti ha dato fastidio

che non ti farà tornare
che non ti ha fatto restare

se la genialità è un bene immeritato e prevaricatore, che illumina percorsi
e non è tua
se un modesto vivere è una normale condizione
e lì ci sei

mantieni il più possibile salda l'etica con te stesso e non ti macchiare di connivenze che fingi di non vedere
ma la sera bussano

mi pesa, come non so dire, ma devo cambiare lavoro

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emma, working
 

non diedi nemmeno i 30 giorni di preavviso, avevo fretta, fretta di afferare la mia decisione prima che si ammantasse di paura e fosse sostituita da una buona scusa per rimandare. arrivai in questa città la sera stessa in cui chiusi la casa di quello che sarebbe stato prima; la mattina successiva, sotto una pioggia torrenziale, fui disorientata dal vespare inconsulto di una città paralizzata da uno sciopero dei trasporti non previsto. il primo. da allora, se ne presenta uno al mese, almeno. ero senza il cane, avevo una valigia calcolata su una settimana e il tipico nodo allo stomaco che accompagna ogni mia trasformazione, la sensazione di essere sbilanciata su un baratro e non sapere se sopravviverò.

avevo molta confusione in testa, molte speranze, un serbatoio di illusioni, un tumulto interiore tra ciò che possedevo e il delirio incantatore di un tutto diverso solo per me.

allontanarti dal tuo mondo, seppure di pochi chilometri, ti lascia improvvisamente sguarnito. è come se improvvisamente i tuoi limiti, le tue debolezze, le mille odiose devastanti insufficienze, ti fossero sbattute in faccia con violenza. il nostro mondo, che tanto odiamo, a volte, in qualche modo non dico che ci giustifica, ma ci permette di compensare, ci permette persino di non vedere, tutto sembra meno grave, seppur colpevole. lontano, non c'è rete alla caduta, non c'è un punto, un angolo di territorio che ti riconosca un valore comunque, no. ci sei tu e la merda che ti porti dentro.

era il 1 dicembre, pioveva. sembrava di essere in un delirio di cemento e ombrelli, la gente arrabbiata, furiosa, in ritardo, un ingorgo disordinato di frette diverse. questa città per me avrà sempre l'odore di quella mattina, un odore che non ti resta addosso, qui, come gli sguardi, prima ci si evita, poi si finge di non essersi notati.

un tunnel, nel quale sono entrata con le scarpe bagnate di pioggia

non ho più passato un giorno senza piangere e oggi mi trasferirei in Islanda, in una terra fredda con inverni lunghi e giornate corte, una terra in cui puoi stare chiuso, rinchiuso, recluso, per ripararti e nessuno dice niente, nessuno lancia appelli assurdi. ho resistito, ho aspettato (credo davvero di avere maturato una capacità all'attesa fuori del comune), ho ricacciato le lacrime, ho compreso e accolto e smussato gli angoli, ho tenuto vivo il movimento nel silenzio crescente, nei mattini senza buongiorno, nelle sere senza buonanotte, ho creduto, ho creduto con tutta l'anima, ho lottato, ho puntato tutto quello che avevo, non su altro, su di me.

commistione di dolore, stupore e senso di schifo. Lo schifo ti schiaccia al suolo, il dolore ti dilata le interiora allo spasmo e lo stupore è il sentirsi tirare in direzioni opposte e cominciare a respirare corto e in fretta in fretta, un affanno rivoltante. e non smette.

non mi interessa sapere che finirà, non mi interessa, vorrei che ci fosse meno luce, meno rumore, sopravvivo grazie al senso di colpa, perché mi sento in colpa più per gli altri che per me, non credo più a niente e il dolore atroce degli altri non mi solleva per nulla, mi rende più abietta, perché sono un'ingrata.

banale, stupida, inutile
e mi dici che sono speciale, poi te ne vai
gli amici di una vita che non sono più, una vita così lontana che non mi ritrovo più
i ricordi sono liquidi di contrasto di una radiografia mortale

ho fallito

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emma, imbecille
 

recito
alla fine, è sorprendente come al mondo basti sentirsi dire che sei tranquillo, per indossare senza venature di colpa la maschera del sollievo

notti sul divano, televisore acceso, luce
tutto già visto e già detto
cambiano i nomi, lo stesso sensus vacui
l'errore
e il tormento

ecco perché occupo sempre meno spazio

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emma, biglietti
 

dum dumdumdum dum dumdumdum
orecchio a contatto col terreno, la polvere irrita il timpano
dum dumdumdum dum dumdumdum
ho smesso di contare i giorni, ma il tempo non smette di passare
dum dumdumdum dum dumdumdum
mi oppongo a tutte le correnti, peso morto con occhi di pietra

dum

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emma, silver spoon
 

sul tavolo, riversi, i se e i non, le minuscole invariate e la punteggiatura che non segna un fiato, ma pareti erette tra le parole; non ci sei nemmeno più tu, nemmeno, e se tu non ci sei, impacchetto i pensieri con carta per pane, parallelepipedi e palline, scarti riposti in buon ordine nella raccolta differenziata, carta carta plastica plastica vetro vetro vetro vetro.

Ravvivo i cuscini, distendo le pieghe del tessuto, incerta se far sembrare il posto in attesa o illudere di una presenza senza nome. sento - sempre più forte - di essere a un bivio, passaggio a livello della pigrizia, della paura pigra.

non leggi, non leggi
sono riuscita a mandare via tutti
curioso
come si abbia successo nelle cose più amare

 

slap slap
mmmmm, mmmm, mmmm
tlonk, tlonk
ha ha ha ha, gnapm glu

mi guarda col sorriso negli occhi a quattro zampe

non ci saremo nemmeno noi, unica previsione prevedibile

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emma, rael
 

Mi vergogno.
Parlo sempre meno, perché mi rendo conto di non potermi appellare a clemenza.
Così grave l'immobilità.

Piedi di cemento in scarpe di cemento, affondati in sabbie mobili.

Dovrei interessarmi, ma tutto rimane statico, tungsteno, un'equazione talmente lunga che non saprei più risalire all'errore, valori che si intrecciano in spirali senza ritorno, togli, aggiungi, eleva alla radice quadrata di tutti i multipli di sei, fratto logartimo in base nove, perché il dieci non è mai meritato. Dovrei ribellarmi. Invece. Eliminati gli ostacoli, mi prosciuga lo sconfinato nulla o il possibile, che richiede cuore e muscoli.

Non era così che non immaginavo, quando tutti immaginavano e io pensavo che già ogni istante fosse un carico di tronchi giù per la corrente. Non immaginavo, ma certo non corrisponde neppure ai rimossi.

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emma, bagheria
 

tutto semplice per te, sempre una scusa, una scusa eccellente
tutto semplice per me, osservare la pelle invecchiare

forse è per questo che mi illudo di acqua in un catino

senza fotografie, sono contenta che non ci sia memoria di questi anni
stanchi da trasportare, figurati da raccontare dopo

bastava fare solo un po ' più di attenzione
la rinuncia non è sempre privazione, ma libertà

rabbia rabbia rabbia senza frecce e arco, muta di occhi, ma di cosa parlo? tu così egocentrico, mi risolvi il problema. E ringrazio questo spazio senza segnaletica, senza campanile e piazza, perché ora, assediata dal nulla in comune, posso lasciare cadere le mani...

apparecchiato da E.B. commenti
emma, le soir
 

dovrei fare qualcosa, ma non so cosa
o quello che la ragione porge come specie di zattera imporrebbe una drastica revisione
e non ho il coraggio
non ho

c'erano periodi che sapevo propizi e altri anno dopo anno segnati dalla tara dello scotto, anche le stagioni esistenziali sono confuse tra glaciazione e deserto

aspetto
come se il vivere al confine di qualcosa che potrebbe arrivare fosse giustificazione sufficiente all'accidia
il senso del limite
le parentesi che prevalgono sullo spazio abbracciato, stritolato, forse vorrei essere parentesi per parole altrui, porgersi concavo, incamero acqua e vivo con un secchiello in mano

i prossimi giorni
come era speciale essere normale
i prossimi giorni
a soddisfare
perché passino
via

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emma, bocca
 

motivetti infestanti ritornano, sembrano imprigionati tra i denti, saltellano la loro vergognosa ossessione e mentre la mente li pesca come pesciolini di una vasca musicale, mi chiedo perché si appiccichino con tanta facilità alla memoria, costringendomi, comunque, a modularli con circospezione da ladro.

generazioni da cartone animato

una borghesia che ora sta addosso come pelle parzialmente scollata, grandi tagli a vivo dove le curve diventano pieghe, in offerta speciale

faccio questa telefonata con grande disprezzo, una voce da testimone meccanico di vangelo comodo, per non dire che sei tu che l'hai perso, che l'hai lasciato andar via, pensando che la paura della frusta...la paura paralizza, scacco matto al coraggio, ma ti lascia un regno di macerie, la corona di macerie che inzacchera i capelli e stucca le labbra, piccole e grandi, finché fare l'amore si riduce a un lavoro di muratura, la calce di un'indifferenza tanto profonda che persino toccarsi è un gesto così insignificante da poter essere compiuto

 

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emma, suppellettili
 

sento affiorare l'irrequietezza che spinge a cambiamenti avventati, all'insoddisfazione di chi attende cambiamenti e tutto è in quell'attende, così stanziale e fideistico, così illusorio e illuso. Si potrebbe parlare di male stagionale, se ci fosse una linea di demarcazione in questo cielo accanito, in questi rami che espellono colore. Mi dice: cambia, ma è arrivato il momento della vita in cui devi chiederti cosa davvero puoi cercare e trovare per stare finalmente bene. Stare bene? Per certi aspetti, sto già bene per il privilegio di scrivere o dire che non sto bene.
apparecchiato da E.B. commenti (6)
calendario, emma
 

Possibile che non si possa semplicemente parlare. No. Si vuole avere ragione. E' normale, credo. Oppure è solo un sostenere con convinzione la propria opinione. Credo.  Di fatto, c'è qualcosa che non torna. Mi stanco in fretta. Vorrei solo parlare. Dirci delle cose senza che siano interpretate come provocazioni o, men che meno, insegnamenti. Sono respingente, evidentemente. Mi alterno tra tautologie e fuori luogo. E' che la disabitudine è un'atrofia, alla fine mi riparo nel silenzio, senza doti per il divertissement. Non credo si possano alienare da noi tutti i sostantivi che ci ripugnano: ipocrisia, egoismo, cattiveria, indifferenza, incuria, pragmatismo.
Con il tempo, sembra tutto più difficile.Sembra.
E la fame non induce più a grandi banchetti festosi e gaudenti e a tratti, violenti, ma si acquieta sbocconcellando, lo stomaco del cuore sempre più piccolo.
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emma, litigi
 

Legare i penseri su un filo di lana che frega lentissimo su dita bagnate, timidezza liquida. Auguri di cosa? domande cosa fai e dove vai sulla navetta che porta all'aeroporto, sdraiata sul divano consumando piano caprino francese che suona così bene che mi vedo in Chanel, stipando i bagagli come fosse un esodo, un esodo vero sul nido del cuculo degli affetti, rubare un istante, che è il furto più grosso, la maggiore destrezza, mi chiedo se la tartaruga mangia la foglia, è per questo che ha l'aria di chi sa cose antiche, segreti ripetuti, come scherzi che ancora fanno ridere, segreti, che sembra che menta l'amore, si dice romantico si dice carnale, ma non amiamo l'altro, l'altro quello che senti che non si modula spontaneo sulle tue corde o è solo quello che vedi, non un sogno impossibile. Insabbiata come una sogliola. Proprio. Tutto il corpo sommerso, strisciante, involuto. Non devi, non puoi, di cosa hai paura, paura, non bussa, non suona, un campanello che salvi la rassegnazione. Non affrontare, rimando a domani, non perché è un altro giorno, ma solo per fingere che potrò fare e dire e accettare, ha colpa chi attende o chi non arriva, così arriva domani e solo dopodomani saprò che è tempo bruciato, irrisolto, perduto.

 

apparecchiato da E.B. commenti
emma, lettereseparatedavirgole
 

Schiena contro la parete di marmo fredda, cade sulla pelle a pioggia una doccia calda, un getto che costringe al risveglio, tanto che non mi lascio cadere sul piatto bianchissimo, ma impongo ai pensieri una approssimativa organizzazione. La casa di chi vive solo ha tutte le porte aperte, il pudore non si nasconde dietro gli stipiti e l'indulgenza sorvola il caos o l'ordine statico.

La porta trasparente della doccia cigola, così poco estetico il gesto di asciugare ogni goccia, sindrome massaia così poco adatta a una salle de bain. Aspirazioni estreme nel quotidiano prosaico. Senti la tua voce che parla al cane, bolle circolari che si acciambellano nel silenzio e hai smesso di chiederti perché non risuoni, in quel perimetro che dovrebbe essere l'approdo, il sentimento di un borbottare caro.

C’è qualcosa di sordo nei movimenti che calzano i vestiti sul corpo, spazzolano i capelli, lanciano occhiate di ordine ad uno specchio in cui si riflette il viso che non sai come portare fuori di casa, decisamente di taglio non sartoriale. La borsa rovesciata sulla credenza, la trascuratezza di una ricerca frettolosa, con mani rapide tuffi nuovamente ogni oggetto nel pozzo di cuoio. Indossi il tuo tempo sfuggente.
E sei oltre la porta.

apparecchiato da E.B. commenti
emma, working
 

Aspetto
che cada la cinta sui fianchi e il fremito notturno delle foglie
la ricerca

di un aereo, di un volo, di quel viaggiare senza un viaggio che è il tragitto che separa da un incontro

sarò da te da quel sentire strano cui mai abbiamo dato un nome ma non è necessario un battesimo per dire che l'aria trafigge e profuma e stupisce

non penso ad altro
mentre sporco le mani di sudore urbano, di frutta scartata prima di trarne il succo

mi chiederai ed io dovrò tacere, denti serrati su tanto non mio, ma tanto in me radice
mi porterai a dormire, ciglia serrate su lacrime di gioia, finché non sia domani
fa' che non sia

apparecchiato da E.B. commenti (4)
wishes, emma
 

Mi rimane.
Mi rimane la tua mano tra i capelli, la voce che sembra cercare un cantuccio di piccola risonanza, lo sguardo spiovente di una timidezza ancora profumata di latte. Mi rimane il tuo corpo minuto e un sorriso senza argine. Mi rimane il silenzio e il dire "sappiamo". Mi rimane la stanza male illuminata e le ginocchia puntute di una barriera che conscevi da anni. Mi rimane chiedermi cosa avrei fatto, oltre il respiro.

Ma è nulla questo, rispetto al ritorno in questo spazio e la sorpresa amareggiante di appuntamenti mancati, di quando hai chiesto e io non avevo il cuore sulla porta.

Davvero non migliore di altri, mi sento. E solo una diversità in peggio.
Se mai capirai che non ho tradito, la stanca argilla di una corazza incolore non merita minor punizione.
Non ti chiedo perdono, se non per intendere la mia mortificazione.

Mi rimani.
Oltre il respiro.

apparecchiato da E.B. commenti (2)
emma, imbecille
 

Accade di nuovo, questo irrompere improvviso di luce, che divarica le finestre, dilata i polmoni, stringe gli occhi in difesa e reclama - estremista oltranzista - la sua parte, come se non avesse già mangiato il tempo, consumato di acidi l'inverno, espellendolo senza masticare.

I pensieri sono piccole tacche sul muro, incisioni sottilissime, barrette di una numerazione non consequenziale. Per mettere la coscienza a posto o per costringerla a snervante insoddisfazione. Mi chiedi cosa ho provato e non so rispondere: niente. Singhiozzi di affanni che rapidamente tacciono, forse capita anche a te, ma tu non smetti di annusare la terra e cercare una traccia, una sola, che ti faccia oscillare le vibrisse. Guardo. Curioso andare di mani in poesia. Mi chiedi la parola che non ho, solo ascolto, acritico di piccola bestia domestica. Notti di nostalgie, notti troppo brevi per contenerle tutte, così, alla ricerca di un tempo intermedio o intermittente, rovesciando i passi su falsipiano che hanno nascosto l'acqua. Hanno tolto la goccia e la fontana esangue trasmuta in irriverente arida boccaccia, non cambia l'umidità l'intensità della caduta sonora, non mi racconterai cosa hai pensato e come, in quei pensieri, io possa illudermi che, fossi meno gravida di peso incolto, potrei trovare il doloroso piacere morbido di un bacio.

apparecchiato da E.B. commenti (3)
emma, bocca
 

fa freddo, piove umido e devo attraversare la città, sono antipatica, vorrei avere qualche anno di meno e qualche sogno di più, vorrei tornare a cinque anni fa e avere più rispetto, vorrei non sentirmi in colpa per avere sprecato le opportunità negandole, vorrei avere capelli lunghi e mossi, vorrei non essere me e finalmente trovare un po' di pace

apparecchiato da E.B. commenti (3)
emma
 

argine fragile, alzato con foglie e rami e la fretta illusoria di chi vorrebbe
è durato poco

pochissimo

il pensiero fantasma che potesse esserci un tracciato in tutto questo non senso.

L'insicurezza, che è un cancro esistenziale, partorisce figli codardi, che svuotano la stiva e si stringono in vigliaccherie lanose, pietose, senza perdono. Attraverso la casa con le mani sul viso per sfuggire ai riflessi e trascorro giornate in anestesia cerebrale. Piatto. Piatto. Affondo.

Tra imprevisti e probabilità, il fughetto va dritto in prigione.

apparecchiato da E.B. commenti
specchio, emma
 

Ricordo quando, da bambina, tornavo a casa dopo le vacanze, c'era una sensazione di attesa accomodata tra divani e librerie, come se la casa, davvero, avesse custodito un tempo sospeso. L'aria era profusa di odori misti, nessuno dominante, il legno lentamente rilasciato, il vestiario in bell'ordine, i cuscini gonfi, e la luce. Anche la luce aveva un suo odore. E mi sentivo percorsa da una strana elettricità nelle membra, come se quello potesse essere il momento delle possibilità possibili.

Non sono andata via, quindi, non c'è stato ritorno, eppure, nell'aprire la porta ho sentito.
La finestra incorniciata di luci e rami verdi, piccole lampadine bianchissime. Portare il materasso nella sala, per guardare l'intermittenza, per osservare sul soffitto i veli di fasci colorati provenienti dalla madia alle spalle. Una notte, accarezzando il tartufo invernale e umido del cane. Perché è divertente Babbo Natale con voce stentorea e fiammante divisa, ma non meno lo guarderei colma di incanto se fosse un sottile vecchietto in tenuta boschiva.

Mi conforta il "Natale con i tuoi", pur con tutte le sue imperfezioni, pur con le assenze che sottolineano incomprensioni irrisolte, pur con la strana stanchezza di un gran comporre e un rapido disfare.

Succede che quest'anno, ai piedi dei simboli di un remoto religioso sentire, ho messo un grazie.
Forse, non è più tempo di rinascita, ma posso ancora fermare il battito e con esso un istante, uno, uno solo, effimero, sì, infinito, a volte.
Grazie per avermi insegnato, ancora, che anche il dolore ha un tempo. E che non ha soluzione, ma lentamente smette di urlare. Grazie perché non si può risolvere una vita, ma si può cambiare un giorno, un'ora, l'angolazione dello sguardo. Grazie per avermi salvato da ciò che non avevo capito. Grazie per avermi ripetuto che ciò che avevo capito non basta. Grazie per questo capodanno di assoluta e lenitiva solitudine, passato a cucinare e immaginare terre nordiche. E un canto di Bahia.

Nessuna rivoluzione.

apparecchiato da E.B. commenti
wishes, emma
 

Scroscia. Il suono scccc... trascinato dai pneumatici. Ombrelli e sacche e incrociarsi per le strade come se fossimo, tutti, birilli di una gimcana.

Mi piace. A me no.
Non mi riconosco, per niente. Ma non so dove andare a ricercare quella me che ricordo. E' come se, per non precipitare, avessi gettato ogni peso, ogni parte di me come fosse zavorra. E ora sono galleggiante, sì. Ma non appartengo a specie. O vorrei non appartenere a quella. Snobismo? Presunzione? Follia?

Di notte sogno. Tanto.
Con esiti alterni.

E stasera. Sulla laguna.
Mi mancherai.

apparecchiato da E.B. commenti (3)
emma, dandolo
 

Si insinua, come il freddo appena uno spiraglio sguarnisce il piumone dal suo avvolgere protettivo.

La sensazione che questo contatto del corpo con l'aria sia un'illusione di rallentamento, mentre pensi che sei fortunato ma non sai come beneficiare di questa fortuna.

Si procede per successive sottrazioni, per ipotesi di approssimazione. Levando e negando, senza allevare e alleviare.

Ci si abitua all'estraneità riconosciuta, calando gli occhi sulle pagine, sopportando, fingendo di ignorare, di essere disegnati anche dagli sguardi orripilati sfuggenti.

Ghisa pesante nera.

apparecchiato da E.B. commenti
emma, suppellettili
 

Fa' una magia, apri le dita a ventaglio, regalami una pietra di fiume. Fa' una magia, illusione di istante, quel momento in cui crediamo di avere svolgimento, un fraseggiare sublime e senza titolo. Fa' una magia, nascondi l'infinito nel perimetro di lenzuola, prima tese, poi arruffate, spoglia l'infinito e offrilo in dono a labbbra grondanti. Toglimi la parola, perché ne inventi ancora, per questa esplosione di cuore e per tutto il lento volteggiare di nebbie su acque immobili. Fa' una magia, porta le mie suole su sanpietrini infantili, vieni a molare i ricordi, mentre ti dico mi dici parliamo di una vita che non entra, non qui, si ferma sulla soglia, al limite di un poi impronuciabile.

Fa' una magia, scompari.

apparecchiato da E.B. commenti
emma, battaglia di cuscini
 

E' vero che col passare degli anni ci si trova a bussare, bene accolti, alla porta del cinismo? Che improvvisamente ti ritrovi a sabbiare ogni manifestazione dell'animo, scorticarla, fino a ridurla ad  uno stuzzicadenti senza olive?

Dicono che l'arretrare negli archivi dell'anagrafe, dai cassetti più recenti a quelli più impolverati, porti con sé questo smagamento. Ma non accade a tutti.
Invidio chi ancora sgrana occhi incantati e corre leggero dietro a farfalle: le uniche farfalle che vedo e che sento a me fanno chiedere cosa abbia lasciato andare a male. Invidio chi gioca incantesimi e riesce, davvero maestro, a portare la possibilità dell'illusione in questo contemporaneo respiro. E ricordo quanto era bello, mentre osservo senza inquisizione il mio petto in cui nulla si muove.

La ricerca del senso ha ossessionato la mia comprensione. La ricerca di un’onestà intellettuale che vuole andare oltre la parola come comunicazione e ogni giorno si ripiega su stessa, putrefatta nelle viscere dal compromesso non so perché universalmente condiviso, forse, necessario, del quotidiano impegno nel lavoro. Totalmente senza nobiltà.

E oggi mi sento in un brullo terreno centrale, incapace di spiccare un volo anche solo da oca campestre, ma avviluppata nell’impossibilità del vero. Forse perché noi per primi segnati da un ineluttabile finale, non sappiamo provare altro che sentimenti caduchi, narrazioni eterne con inchiostro che sbiadisce, beffati dal libero arbitrio, che ci rende imperfettamente in-felici.

Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago/ a me sì cara vieni, o sera…
Non fosse che l’imperscrutabile vertigine oltre l’esalazione dell’ultimo respiro mi terrifica come il tutto impossibile, mi trovo attaccata a un inaccettabile vivere, smarrita nell’incapacità, mitile stolto e presuntuoso di esistere comunque, ascoltando il pulsare di un muscolo.
 

In soldoni.
Non so più comunicare, ho eroso il ceppo della parola fino a snaturarlo ed ora tutto diventa complesso. O, più mestamente, non ho davvero niente da dire, nemmeno quando ci provo.

Diventa così elefantiaca anche la più strumentale esperienza, come l'acquisto del motorino. Mi ritrovo torva e piena di lacrime di fronte ad un rivenditore decisamente ruvido, che non capisce - ma perché dovrebbe?. E all'aggressione non so rispondere, se non incassando sempre di più la testa tra le spalle, brutta tartaruga dalla pelle umana.

Più dell'amore, manca la tenerezza. La chiave che, la sera, canta in due giri il ritorno.

Mi sento liberata. L'ultimo mese ha segnato il taglio dell'ultimo cordone, vedo nuovamente la mia immagine allo specchio e rileggo tutto il vissuto, senza mentirmi troppo, cercando di preservare la mia sopravvivenza. Oggi non devo fedeltà a nessuno, meno che meno all'ologramma delle mie illusioni tradite.

Ma riaffermo il diritto di dire che, nell'onestà della visione, quello che di me vedo comunque non mi piace. Mi ripugna.

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specchio, emma
 

ho smesso di aspettare, quindi, ho tolto la porta dai cardini ed è rimasto solo l'infisso, pleura squadrata di un innaturale respiro del mondo. Un arco vuoto, dove roteano i rappresentanti della materia - moscerini, foglie, aliti di vento, primi fiocchi di neve - e l'antimateria di questo ingresso bianco.

la poltrona è vuota, non una sedia, perché  - sai - nel tempo anche l'attesa ha preteso le sue comodità
l'ubriachezza mai molesta

e ora siedi sul gradino, proprio appena all'estremo dello zerbino, e semini fuori stagione il prato di un racconto stanco, mi porti quello che non ho visto, la mediocrità della mia scelta

suprema

infranta

in silenzio rivesto il letto con lenzuola che sanno di frutta essiccata

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emma, trichecò
 

Non si sente il suono delle campane. Misuro gli anni luce in lontananze, stella che brilla in morte.

C' è un'aria confortevole, senza inviti, senza sbalzi. Non mi so ribellare, indosso strati e strati di tessuti diversi, un sipario inviolabile di inespresse amarezze. Poi, ti ascolto, non ricercando il giusto, ascolto l'arrovellarsi di scelte scontate. Perché il comodo - pensa un po'- fa comodo. Quando si dice che le parole non si compongono a caso.

Non ho dormito, ma poi sì. E preferisco una cadenza non elettrica.

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emma, latitanza