ieri faceva caldo, caldissimo, l'aria scaldava il pelo dei cani mentre correvano e noi camminavamo ti ho vista osservare la neve accumulata e ormai sporca, credo che spesso ti senti così.
io non riesco a vedere lo smog che si poggia sul bianco, se penso a te. vedo solo roba bianca e farinosa.
la cocaina fa male, mio omerico giardino, mi hai detto ridendo.
Rose e papaveri.
Acqua che sale, a onde, gonfie. Saltiamo per vincere l'amplesso spumeggiante. Non stiamo giocando. Gli occhi strigono mani pietrificate. L'avviso della fine che arriva.
Le strade che conosco, così familiari, in cui nulla è più come prima, si sono alternati commercianti e anziani, custodi e rumori, cani e bambini ora uomini, ora altrove.
Corro, in affanno, lo sguardo rimbalza sui muri, radar per non inciampare, ma è la mente che urla. Devo salvarlo, devo arrivare, prima che l'acqua lo trovi, Devo arrivare. Ho le gambe gelate di mercurio incapace di sbattere le ali. Non arriverò. Non arriverò. Ho fallito. Ancora. Fino alla fine.
Diario personale. Dite.
Vomito insignificante di vissuto.
Non c'è storia qui, la storia è tutta fuori.
Qui c'è un giardino che regala frutti sacri, ma non come pretesa, sacri per chi li mangia.
Qui c'è un tempo grinzoso, che dentro i solchi nasconde le attese, ancora.
E mi dispiace per chi legge e storce il naso. Mi dispiace per la vanità che non ho.
Quante volte ho pensato di non alzarmi più, di non venire più qui ad aprire il banchetto e distendere l'insulso papiro, cantastorie senza musica e senza disegno.
Non essere capace. La cifra di una vita che pesa, che non va via nemmeno se sotto la doccia gratti con paglietta puntuta.
Eppure, il giardino regala frutti sacri, per me.
Conoscete miracolo più grande?
Ho pensato di cambiare serratura alla porta, di serrare il cancello e coprire la staccionata alta fino al cielo di rampicanti fitti come pelo di babbuino.
Sono uscita, ho tosato la siepe. Ho oliato i cardini del cancello perché sia dondolato dal vento. Ho urlato dalle finestre tutta la biancheria ansiosa di sole. Ho messo la tovaglia a quadretti sul tavolo sotto i faggi e il vino respira.
Ho scoperto la pelle alla luce, come a te ho donato il mio petto. Che è poi solo una prigione di ossa.
Ma anche il suo sguardo, in fondo, è solo una cristallino mal collegato ai neuroni.
Non siamo, poi, tutti, buffi contenitori, che gonfiano di pensieri ripetuti, copiati e superbi, il tempo del declino, l'unico che davvero viviamo?
Un dono dell'amore è che incide di stupore tutto quello che, a chi guarda, sembra banale. In questo, esprime una ricerca suprema e una rivelazione elettiva.
Gergo. Nel tentativo di creare una lingua unica per qualcosa che, nella sua unicità, è irripetibile.
Espongo alla violazione del mondo questa dimora, che è nave, abisso e instancabile ritorno. Espongo al ciclo di una natura che si nutre di uova e cuccioli e debolezza di vecchi le mie paure selvatiche.
Il cancello aperto non è un invito ad entrare.
E' solo che non ci basta lo spazio.
è così, da sempre; mi offusco di lacrime.
Non mi muovo, perchè penso che se mi spostassi anche solo di un passo, infrangerei questa pellicola delicata e acquerello. Lascio ruotare la casa intorno a me, mentre la musica è una dichiarazione di guerra, l'esperimento per scoprire se con un grido di voce possiamo raggiungere la coda del cuore, inarrivabile fuga.
Ascolto le stanze, che moltiplicano gli angoli e si popolano. Di te.
Amo il mio giardino, in ogni sua stagione.
sì, mangi troppo poco
lo dico, mentre guardo la tua forza opporsi al vento,
detergi la fronte con la manica della camicia
e annoti su un piccolo blocco i nomi leggeri delle piante con cui fai espoldere di vita il nostro ponte verso il cielo.
Ti piace ritrarre le tue attese in petali e foglie.
Ho le palpebre spesse, pur avendo smesso di bere.
Tutta questa luce mi occlude.
Le orecchie ovattate come se vivessi in quota, o meglio, dietro a un vetro, ma sotto pressione, tangente la strada, la via, il negozio e i passanti, i clienti di oggi, lo schermo che ripete le illusorie certezze, i tuoi pantaloni saltellanti sui fianchi, il cuscino, i cani. Orecchie tappate, esserci, occupare lo spazio, comparsa che svolge precisa il suo copione, ma se si cambiasse cappello o abito o occhi o fisico contenitore, non cambierebbe la scena. Casuale risposta.
Amo dei fiori di cui non conosco il nome, cascano argentini e azzurri dai balconi della riviera ligure, li trovi ai bordi delle strade, decoro per villette e palazzine, mentre li sfiori con l'emissione tossica dell'auto, petali delicati che non resistono allo strappo, foglie strette, lanceolate, verdi, ma senza presunzione.
Amo le fresie irruenti e il cappero che sorprende.
Amo il rosmarino, nel quale il cane si rotola dopo il bagno in mare e odora di arrosto col fiatone.
Ma c'è troppa luce.
Dobbiamo comprare terriccio nuovo
voglio assolutamente basilico, maggiorana, timo e salvia gigante
salvia da friggere per sgranocchiarla durante l' aperitivo
e voglio voglio voglio
palettina e rastrellino in stile inglese
poi poi poi
piantine di peperoncini
e un miliardo di piccole agavi
cuscini della suocera
e cactus dalla faccia tenera
Non possiamo esimerci da un paio di cappelli di paglia
e grembiali serigrafati
e stivali alla caviglia per proteggerci dalla torba
Non obiettare che abbiamo solo 20 mq. di terrazzo con le piante tutte in vaso
lasciati andare
ah
cavalletto e attrezzatura per gli acquerelli
voglio dipingerti mentre vanghi con foga
un vaschetta di petunie.
Le imposte socchiuse
moquette morbida
premere invio
sentire la voce affamata
Sono tornata
è stato un viaggio lungo
il treno ha sferragliato
Considerazioni sul poco cibo
so che sto mangiando poco
guardo il sole sul terrazzo
che ne dici di qualcosa di estroso
invece dei soliti gerani?
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