Legare i penseri su un filo di lana che frega lentissimo su dita bagnate, timidezza liquida. Auguri di cosa? domande cosa fai e dove vai sulla navetta che porta all'aeroporto, sdraiata sul divano consumando piano caprino francese che suona così bene che mi vedo in Chanel, stipando i bagagli come fosse un esodo, un esodo vero sul nido del cuculo degli affetti, rubare un istante, che è il furto più grosso, la maggiore destrezza, mi chiedo se la tartaruga mangia la foglia, è per questo che ha l'aria di chi sa cose antiche, segreti ripetuti, come scherzi che ancora fanno ridere, segreti, che sembra che menta l'amore, si dice romantico si dice carnale, ma non amiamo l'altro, l'altro quello che senti che non si modula spontaneo sulle tue corde o è solo quello che vedi, non un sogno impossibile. Insabbiata come una sogliola. Proprio. Tutto il corpo sommerso, strisciante, involuto. Non devi, non puoi, di cosa hai paura, paura, non bussa, non suona, un campanello che salvi la rassegnazione. Non affrontare, rimando a domani, non perché è un altro giorno, ma solo per fingere che potrò fare e dire e accettare, ha colpa chi attende o chi non arriva, così arriva domani e solo dopodomani saprò che è tempo bruciato, irrisolto, perduto.
tu attendi, egli attende, io attendo, tutti attendono, attendere, attendente, dente, tende, rende, send, send me a message, message in a bottle, police, liquorice, so nice, nice to meet, metti, metti che, metti che un giorno, un giorno ti attendo, ti attendo alla metro sesto marelli, son quella con i fiori tra i capelli, tu sei quella con gli occhi più belli.
succede che mi sieda sul greto del fiume e cominci a giocare con i sassi, le dita mostrano striature di terra bagnata, e l'acqua è fredda. In questa stagione. O a questa altitudine?
E' un gioco pigro, per allontanare il tempo; per dire che sto diventando sempre più silenziosa e che, sempre meno, questo mi appare strano. Eludo le domande, rimango con risposte annichilite, strozzate in gola in una sorta di attesa, che passi, l'interrogativo, e nessuno si accorga che ho mancato all'appello.
Così, mentre l'ora si incatena ai miei piedi e mi ricorda che esiste - esiste - il tempo sprecato, mi ritrovo - dirai tu: mica ti credo...ma poi ti metterai ad ascoltare - a scriverti. non tanto racconti, che, come sai, non son proprio nella mia penna, quanto piuttosto tentativi di unire tra di loro le domande che possano aprirmi immagini della tua vita.
Perché io mi chiedo, e non chiedo. Se sei felice, con quali mani componi partiture doppie per far suonare il tuo cuore, se i tuoi progetti sorridono, chi ti dice cosa, e di cosa parlate, che è accaduto a uno e cosa argina l'inchiostro di un altro.
Mi perdo, in punteggiature, sul greto del fiume. Forse mi stai aspettando a casa. O aspetterò.

per quanto mi riguarda sarebbe potuta andare in questo modo, con te che ti volti verso di me per l’ultima volta e ancora una volta per l’ultima volta mi dici che questa è l’ultima volta, che non puoi più sopportare il fatto che le uniche cose di cui mi preoccupo sono il computer e i libri che leggo e metto in pila dovunque, nel cesso, sul tavolo della cucina, sul televisore, e mi dici che forse lo sforzo è davvero troppo, stare con me, mettere ordine nella mia vita e contemporaneamente cercare di mettere un ordine disperato nella tua, con tutto quel vuoto, e quello che non mi dici mai, perché se tu fossi contenta di quella che oggi è la nostra vita non mi diresti queste cose ogni volta, ed ogni volta è l’ultima volta che me le dici perché la prossima non verrà, così sono uscito senza salutare, ho socchiuso la porta piano piano, mentre rifacevi il letto che soltanto tu sai fare, perché soltanto tu sai farlo, e me ne sono andato scendendo le scale senza fare rumore, sono riuscito perfino a non fare sbattere il cancelletto come sempre, e tu ancora lì che starai aggiustando il cuscino, con il pigiama sotto il cuscino piegato in tre come fanno le commesse dei negozi, e le ciabatte sotto il letto, appena allineate perché io non possa estrarne la punta con la punta dei piedi e infilarle ma sia costretto ad abbassarmi tra mille sforzi di panza tesa e prendere le ciabatte, con la biancheria da lavare nel cestino dove una busta di plastica trattiene la biancheria per fare in modo che il cestino a lungo andare non si macchi, o puzzi, e queste cose mentre tu stai rifacendo il letto e io sono già in macchina e me ne sto andando, le chiavette del gas sono messe in orizzontale, perché così il gas resta chiuso quando usciamo tutti e due, e le tazzine dopo avere bevuto il caffè le ho lavate e messe simmetriche sopra il lavandino, ho passato lo straccio e controllato che sul piano cottura, in contro luce, non ci fosse nemmeno uno schizzo di caffè, poi sono uscito, e senza fare rumore sono entrato in macchina, sono riuscito perfino a non fare sbattere il cancelletto come sempre, e come sempre sono andato a comperare il pane ventiminuti prima di andare a lavoro, per portarlo caldo a casa, e tu che mi prepari i panini per la pausa pranzo, come piacciono a me, con la mortadella e il salame piccante e l’emmenthal, e bevo un caffè prima di uscire, un altro ancora, l’ultima volta e poi comincio a bere anche io decaffeinato, e poi torno a casa per mangiare i panini, e ti dico che sei la migliore, perché riesci a dare un’ordine alla mia vita, e ti amo perché senza questo barlume di vita con te non sarei stato nulla, e spero che l’ultima volta non venga mai, perché altrimenti potrei morire
Giorgio, mi chiamo Giorgio, ricordatene.
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