Oggi è solo un giorno. Da quando. E da poi.
Olio, verde contrasto, sulla pelle che porta in superficie la mia sete. E la mano liscia una scivolosità costretta, un'inarrivabile morbidezza.
Oggi è un giorno, in cui sentirti è lapillo, che cade e brucia.
Oggi ho pensato ai tulipani e alla libreria chiara e ai ricordi di noi inesistenti, passaggio senza orme, cornici vuote si annoverano sotto la polvere. Mi piaceva aspettare e le notti, totalmente perdute, in cui mi svegliavo ed ero felice.
C'è un'umidità che rovina le acconciature e intride e imprime, spossato tentativo di reazione. Mentre cerco di parlarti e rimando, perché ho paura di riscoprire l'inutilità, perché vorrei un filo, per una graduale impiccagione dell'anima. Mi accorgo che il tempo che passa e imbianca e segna è un lento cedere al silenzio, un silenzio senza rinvio. Guardo i volti, digrignati, stesi sui fusti come orientamento di foglia, i volti. Metamorfosi. E il mattino per dire che ancora sopravvivere è allontanare, marcare distanze, rendere superfluo l'udito.
Mille declinazioni del non.
Sto nevicando anch'io. Memoria in fiocchi.
Cado sul tuo ombrello, turchino, sotto il quale stringi forti le spalle e inventi riparo per ogni centimentro di pelle e di panno. Mi calpesti, sono calco della tua orma, del tuo passo che vuole solo superare l'ostacolo e cerca di assecondare l'occhio inorridito dalla profanazione pece dei pneumatici.
Il marmo viene levigato dalla cortina ingiallita sotto i lampioni notturni. La piazza vira su un grigio leggero, un bianco pesante. Nevico sul tuo sonno e sul corpo che accanto a te si scalda.
Nevico su come tutto si cancella. E rimane. Verità per senza orecchie.
Nevica, sai
bianco dappertutto
non dirmi che è maggio inoltrato
io sono ferma al dodici gennaio
non so perché della data
forse perché sa di cingomma
mastichi la frase
dodicigennaio
Mentre tu guardi il buio
io ho gli occhi che si riempono di bianco
mi han detto che nella città del pesto la disoccupazione è alta
dovrò pensare ad un' altra destinazione
so perfettamente che sei raggomitolata
mi siedo in terra ai piedi del letto
Se ho mangiato?
Sì, una fetta di pizza, del gelato, un sacchetto di cipsters
ho mangiato un gatto che passava per sbaglio davanti
ho mangiato le cimose del tappeto
ho sbranato anche un televisore e dei gerani parigini
Se ho un altro
domande continue
no, non ho un altro
se sono depressa
sì, sono depressa
cosa facciamo
ma io ti amo
ma io non ti lascio andare
ma io voglio cambiare la macchina
e a novembre andremo in crociera
dobbiamo prenotare ora
c'è lo sconto
Io sono scontata
mi sconto del 50%
mi attacco un cartellino in fronte
sales off
offerta eccezionale
venghino siori e siore
carne fresca e grondante sangue
chi vuole gli occhi?
chi vuole la fica?
una mano per quella signora laggiù in fondo
Emma, svegliati
vuoi il caffè?
la Ferrari ha perso
la Juventus ha vinto lo scudetto
non so se avrò i soldi per mangiare
farò la puttana
oppure andrò a rubare
oppure la macchina andrà diritta, al Moregallo
Emma svegliati
se ti svegli io sorrido
baita
baita
formaggio formaggio
prati e rogge
voglio fare un beato nulla per l' eternità
la suola affonda leggermente nella terra elastica
coagulo grigio dove la neve ha appena ceduto il passo
sento, la traccia, imbevuta
malattia del sonno
occhi sbarrati, che infilzano la notte come coltelli assassini
incoscienza non riparatrice
annullare ogni sensazione in annebbiamento onirico, una forma di ubriachezza
che piega le ginocchia
fiacca la luce
passaggio di stagione per pochi impervi estimatori
il sole si rotola sull'erba gialla
una striscia di calda saliva nel prato irto di brina
abbastanza lontana da dover temere solo il limite di velocità
Le stagioni, circolare ripetersi di sementi e raccolti e terra grigia di nebbia.
Scoperchi i rami e una gemma, baldanzosa, ondeggia davanti al mio viso.
Stagioni, ricalcata, insulsa, metafora degli anni. Che ora si piegano sotto un'era glaciale, data di inizio, che smotterà in derive di zolle, per aggrapparsi a una cima ed essere, almeno nel suo freddo cancellare ogni impronta sul suolo, eterna.
Mi morde l'anima questo cielo che al mattino scuote la chioma azzurra e che, ora, pizzica le tue guance e scivola bramoso lungo le tue spalle e le braccia.
Hai chiuso la porta e ti immergi nel mondo.
Ho gli occhi accecati dal mezzogiorno urbano. Mi schermo, domandandomi in quale kafkiana metamorfosi si stanno contorcendo il corpo estraneo e l'anima persa.
Penso.
A quanto sia giusto e lussureggiante e prezioso.
Il tuo passo che taglia la polvere.
Telecamera in ripresa segreta della vita.
Perché non ci sia fine. Mai. Mai.
Mai.
Parlo, io parlo
E ti dico di case in campagna e di colline coi diavoli
e meliga e papaveri
gatti che figliano e nebbia tra le rogge
frutta rubata e flober coi pallini
tavoli con le porte e dialetti morbidi francesi
le auto che corrono ed il mosto che macchia
il maiale che sgozza e la stufa di ghisa
le coperte accalcate ed il preive a scaldarle
verdure sott' olio e cardi gobbi croccanti
la neve che riscalda e il tanaro che urla
ti dico che ti porterò lì
e mi consolerai quando piangerò con occhi diversi da quelli che ricordano
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