E' tutto immobile. Un deserto in pietra grigia, senza fessure, non c'è aria. Dicono che occorra un anno per elaborare un lutto, inteso, credo, anche come trauma o quanto possa essere affine. Io credo, invece, che nel tempo stratifichi anche il dolore, si mimetizzi, così che, non vedendo le lacrime, si possa cantare una finta vittoria.
Ogni parola che ho detto ti ha spinto più lontano. Ora grido in distanze siderali. Grido. Il suono che si espande è meno di un'impercettibile increspatura dell'aria. Le parole escono dalla mia bocca e scompaiono storpie o arrivano alla tua per morire di mancata inspirazione.
Vado da un analista. Mi guarda e dice che non voglio la cura. I nostri sono scontri, ancora un rapporto da definire.
E nemmeno la delusione riesce a minare,a mutare, a toccare questo sentimento dilagante e puro.
Ho mani inabili, ma soprattutto un rifiuto selvatico, divincolarsi di arti e muscoli. Non riesco a riporre questa materia organica molecolare sotto formalina e sistemarla accanto agli altri cilindri di vetro, in cui calleggiano deformi parti vitali.
Un fusto senza radici e senza rami, sospeso. A volte investito da una nuvola di vapore acqueo, smiluazione, esperimento di vita.
Esiste l'assenza.
Mi sei mancata, come mi manchi. Anche se esco sempre meno e incontrati è soprattutto desiderio.
Non c'è nulla di nuovo.
Ettore [ed] Andromaca [si] Respira[no]