argine fragile, alzato con foglie e rami e la fretta illusoria di chi vorrebbe
è durato poco
pochissimo
il pensiero fantasma che potesse esserci un tracciato in tutto questo non senso.
L'insicurezza, che è un cancro esistenziale, partorisce figli codardi, che svuotano la stiva e si stringono in vigliaccherie lanose, pietose, senza perdono. Attraverso la casa con le mani sul viso per sfuggire ai riflessi e trascorro giornate in anestesia cerebrale. Piatto. Piatto. Affondo.
Tra imprevisti e probabilità, il fughetto va dritto in prigione.
In soldoni.
Non so più comunicare, ho eroso il ceppo della parola fino a snaturarlo ed ora tutto diventa complesso. O, più mestamente, non ho davvero niente da dire, nemmeno quando ci provo.
Diventa così elefantiaca anche la più strumentale esperienza, come l'acquisto del motorino. Mi ritrovo torva e piena di lacrime di fronte ad un rivenditore decisamente ruvido, che non capisce - ma perché dovrebbe?. E all'aggressione non so rispondere, se non incassando sempre di più la testa tra le spalle, brutta tartaruga dalla pelle umana.
Più dell'amore, manca la tenerezza. La chiave che, la sera, canta in due giri il ritorno.
Mi sento liberata. L'ultimo mese ha segnato il taglio dell'ultimo cordone, vedo nuovamente la mia immagine allo specchio e rileggo tutto il vissuto, senza mentirmi troppo, cercando di preservare la mia sopravvivenza. Oggi non devo fedeltà a nessuno, meno che meno all'ologramma delle mie illusioni tradite.
Ma riaffermo il diritto di dire che, nell'onestà della visione, quello che di me vedo comunque non mi piace. Mi ripugna.
Cammino sulla riva del fiume, terreno limaccioso che appesantisce le suole, nessun riflesso nell'accappigliarsi di sterpi, sabbia, piccole rane insistenti, nelle acque smosse dai passi. Ho percorso quella strada mille e mille volte e ancora non la ricordo, non ho memorizzato la sequenza di curve e salite e improvvisi angoli ciechi. E' sempre come la prima volta, come una volta qualunque.
Il dolore continua a cambiare, nella sedimentazione e nella strategia che gli consente di sorprendermi impreparata, ancora. Adesso lo lascio cadere sui fianchi, come una bisaccia, che bascula sull'incedere dell'anca, quasi come se venisse spinta in avanti: precedimi e dimmi l'andatura.
Porto in me l'immagine della tua vita, di un tratto, che si cristallizza in eterno, mentre tu cambi e io non vedo come. Mi raccontano del karma, un tentativo di raccimolare un senso al totale inganno di questa apparizione da comparse nello spettacolo terrestre. Ti ho incontrato mentre stavi cadendo, mi sei rovinato addosso, quasi. Ho preso la tua stanchezza, la tua malinconia, le incongruenze, l'apparente fiacca di un periodo professionale, la stanchezza dell'anima e l'onesta menzogna, la confusione. Ora so che cammini in valli serene. E io che sono radice, senso contadino, terrestre, agreste, fattrice, io che non so dire fine. Ho il karma che è un fottuto transito.
Vorrei avere pensieri capaci di concatenarsi, di creare percorsi, di ricadere come broccati di tattili tendaggi.
Vorrei avere una mente che esplora, che ironizza e spoglia.
Un ritornello.
Una litania.
Voce in una chiesa di pietra lavata, arrotolata in una ripetitività che ha perso ogni senso, se non quello sonoro, alterazione nello spazio.
Ammiro.
Tutto ciò che è diverso da me.
Ho sempre avuto fame di vita.
Fui felice.
Ero solare.
Per questo, credo che non si debba mai dichiarare la resa. E' una linea di confine, oltre la quale la ritrattazione è un contrappasso.
Per questo, parlo insistente e ti chiedo di afferrare la tua vita.
Mentre con pochi ampi movimenti, nella luce, quasi impossibile a distinguersi, componi per me melodie che toccano memorie profonde, lasciandomi commossa, in bilico su argini di nebbia e fieno.
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