Aspetto
che cada la cinta sui fianchi e il fremito notturno delle foglie
la ricerca
di un aereo, di un volo, di quel viaggiare senza un viaggio che è il tragitto che separa da un incontro
sarò da te da quel sentire strano cui mai abbiamo dato un nome ma non è necessario un battesimo per dire che l'aria trafigge e profuma e stupisce
non penso ad altro
mentre sporco le mani di sudore urbano, di frutta scartata prima di trarne il succo
mi chiederai ed io dovrò tacere, denti serrati su tanto non mio, ma tanto in me radice
mi porterai a dormire, ciglia serrate su lacrime di gioia, finché non sia domani
fa' che non sia
Ricordo quando, da bambina, tornavo a casa dopo le vacanze, c'era una sensazione di attesa accomodata tra divani e librerie, come se la casa, davvero, avesse custodito un tempo sospeso. L'aria era profusa di odori misti, nessuno dominante, il legno lentamente rilasciato, il vestiario in bell'ordine, i cuscini gonfi, e la luce. Anche la luce aveva un suo odore. E mi sentivo percorsa da una strana elettricità nelle membra, come se quello potesse essere il momento delle possibilità possibili.
Non sono andata via, quindi, non c'è stato ritorno, eppure, nell'aprire la porta ho sentito.
La finestra incorniciata di luci e rami verdi, piccole lampadine bianchissime. Portare il materasso nella sala, per guardare l'intermittenza, per osservare sul soffitto i veli di fasci colorati provenienti dalla madia alle spalle. Una notte, accarezzando il tartufo invernale e umido del cane. Perché è divertente Babbo Natale con voce stentorea e fiammante divisa, ma non meno lo guarderei colma di incanto se fosse un sottile vecchietto in tenuta boschiva.
Mi conforta il "Natale con i tuoi", pur con tutte le sue imperfezioni, pur con le assenze che sottolineano incomprensioni irrisolte, pur con la strana stanchezza di un gran comporre e un rapido disfare.
Succede che quest'anno, ai piedi dei simboli di un remoto religioso sentire, ho messo un grazie.
Forse, non è più tempo di rinascita, ma posso ancora fermare il battito e con esso un istante, uno, uno solo, effimero, sì, infinito, a volte.
Grazie per avermi insegnato, ancora, che anche il dolore ha un tempo. E che non ha soluzione, ma lentamente smette di urlare. Grazie perché non si può risolvere una vita, ma si può cambiare un giorno, un'ora, l'angolazione dello sguardo. Grazie per avermi salvato da ciò che non avevo capito. Grazie per avermi ripetuto che ciò che avevo capito non basta. Grazie per questo capodanno di assoluta e lenitiva solitudine, passato a cucinare e immaginare terre nordiche. E un canto di Bahia.
Nessuna rivoluzione.
Sul muro appenderò pelli di orso polare
scaccia fantasmi navaho
sulle mensole sassi anasazi
nel portafrutta pompelmi sugosi e gialli come il sole
nel freezer quiches lorraines
in bagno disseminerò di lavanda provenzale
i davanzali
ho speso tempo ad ascoltare i nostri vicini
parlavano di politica economia e questa gioventù
li guardavo con sguardo da ictus
metterò tende nuove
e comprerò set per la tavola
e mazzetti di fiori di campo
la libreria si gonfierà fino a scoppiare
i cd voleranno come ufo
i gatti avranno collarini col campanello
nuovi abiti leggeri per festeggiare la primavera
scarpe morbide con tacchi pericolanti
occhiali da sole per creare mistero
fai tu l' estratto conto?
baita
baita
formaggio formaggio
prati e rogge
voglio fare un beato nulla per l' eternità
ma se esiste
una strada
portami con te, tenendomi per mano
prometti...
La caffettiera rischia di esplodere verso l' iperspazio
davvero devo alzarmi?
Ancora cinque minuti
cinque minuti soltanto
giuro
cinque minuti soltanto
No, non tirare le coperte verso la finestra che inquadra il cielo piovoso...
Accendiamo la radio e ascoltiamo le parole che cercano di raccontare porzioni variabili, ma invariabilmente troppo piccole, di mondo.
Il mio vuoto caracolla tra le righe di Serpica Naro.
Mentre una voce sepolta mi ricorda che ci sono attenzioni, che devono esserci.
Mi interrogo sull'uso solipsistico delle spazio.
Indosserò l'impermeabile.
Ti immagino sulla strada a curve, le tue curve sulla strada, a volte alla feroce deriva.
Metto in borsa il libro per un indirizzo che non so.
Ho voglia di bere vino superbo su una terrazza, di ripararmi dal sole sotto un'ombra sfrangiata, di ascoltare il minuto.
Un tavolino bianco con i bicchieri che emanano profumo di rosso.
E stare a contatto con la terra giocando con le grandi orecchie morbide.
In bagno, abbiamo chiamato Neo la piantina che, dal davanzale, osserva il ritratto per il quale, una volta, perdere la scarpetta.
E non si sentono volare gli aerei.
Emma, amore, lo sai che non ho mai visto Matrix?
Mi piace tanto il nome Neo...
Ti spiace se mi compro un poster di Keanu e lo piazzo in bagno vicino allo specchio?
Pensa, un gay che fissa due non lesbiche che si amano più di una coppia eterosessuale.
Saltello una danza della fertilità urlando Kinu Kinu mentre mi guardi stravolta.
E piantala di borbottare che mi preferisci istericamente depressa invece che allegramente felice.
Guarda che sole che c'è.
Compere, compere, spendere, spendere
un negozio di giocattoli in cui far entrare i tornado e le tempeste di sabbia
porcellini che cantano e meccano e lego
eleganti monomarca di vestiti
dove giocare alla donna deliziosa
dischi e libri in cui perderci
mi strappi mentre affondo il naso nelle pagine come Gourio
sacchetti firmati e scatole di cartone
piantine grasse e cosmetici
un profumo egoista per me e uno di incendio per te
scivoliamo lungo il pavé del centro
tendaggi e tappezzerie americane
mi fermo davanti la vetrina del conciatore di pelli
mi abbracci da dietro dicendomi
scarpe umane, amore mio, scarpe umane
i tuoi anfibi non hanno paragoni.
scarpe in vetrina
pelle umana sicuramente
osservo il display cambiare colore
parole che volano come una pallina da tennis
apro le mani a raggiera
le appoggio al vetro
lascio impronte come una cornice
intorno ai tacchi miliardari
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