a voler essere intelligenti, che non ci si riesce mai
ad annaspare nella propria mediocrità, che così finisce sempre
a voler dire qualcosa di sensato, usare del pensiero in risultato che non sia distruttivo
a cercare di attingere dal tanto letto, cucendo le proprie contraddizioni con la caducità della memoria
per quel bruscolino
così misero che ora mi vergogno
che ti ha dato fastidio
che non ti farà tornare
che non ti ha fatto restare
se la genialità è un bene immeritato e prevaricatore, che illumina percorsi
e non è tua
se un modesto vivere è una normale condizione
e lì ci sei
mantieni il più possibile salda l'etica con te stesso e non ti macchiare di connivenze che fingi di non vedere
ma la sera bussano
mi pesa, come non so dire, ma devo cambiare lavoro
Schiena contro la parete di marmo fredda, cade sulla pelle a pioggia una doccia calda, un getto che costringe al risveglio, tanto che non mi lascio cadere sul piatto bianchissimo, ma impongo ai pensieri una approssimativa organizzazione. La casa di chi vive solo ha tutte le porte aperte, il pudore non si nasconde dietro gli stipiti e l'indulgenza sorvola il caos o l'ordine statico.
La porta trasparente della doccia cigola, così poco estetico il gesto di asciugare ogni goccia, sindrome massaia così poco adatta a una salle de bain. Aspirazioni estreme nel quotidiano prosaico. Senti la tua voce che parla al cane, bolle circolari che si acciambellano nel silenzio e hai smesso di chiederti perché non risuoni, in quel perimetro che dovrebbe essere l'approdo, il sentimento di un borbottare caro.
C’è qualcosa di sordo nei movimenti che calzano i vestiti sul corpo, spazzolano i capelli, lanciano occhiate di ordine ad uno specchio in cui si riflette il viso che non sai come portare fuori di casa, decisamente di taglio non sartoriale. La borsa rovesciata sulla credenza, la trascuratezza di una ricerca frettolosa, con mani rapide tuffi nuovamente ogni oggetto nel pozzo di cuoio. Indossi il tuo tempo sfuggente.
E sei oltre la porta.
dormo tra rabbia e accidia
ci sono arenili di disincantata indifferenza, atolli vulcanici dai diametri avari si misurano in passi consumati in un giorno o in parentesi di ore
isole separete da mari di amarezza
poi si prosegue, scura e salata linea di formiche
pensieri come panni stesi dimenticati, ripassati dalle piogge, incrostati di sabbia cristallizzata al sole. non c'è nulla. quel gattino impenitente che gioca ai topolini con le tue dita dei piedi. lieve, il non dire. che permette ai tuoi baci di insinuarsi tra le scapole e raggomitolare tutti gli organi interni per lasciarti spazio. il desiderio è un ossimoro. mentre cammino sui bordi di un strada taggiasca e illudo il tempo con la semplificazione, che non va avanti, ma non sa far tornare. Lentamente, scricchiolo, sotto un presente che si riempie di crepe e mi chiedo se sia sufficiente tenere la casa lontana dalla piena del fiume o se sia proprio la valanga che ne allarga le spalle e darle la possibilità di essere lì, ancora.
del maiale non si butta via niente, eppure non riesce a stare simpatico.
mi arriva l'invito per un'inaugurazione. lei è bionda, capello cortissimo, madre di un piccolo lord, fresca ancora come acqua d'agrume, sorride e forse ha anche pianto, dice che con l'analista non si migliora, ma si impara a suonare il jazz.
Ho un bellissimo paio di scarpe nuove, color covilla, che è poi un frullato al mirtillo. Non le indosserò mai.
Esiste l'amore legittimo?
Non parlo di quello stupendamente santificante che avvicina l'uomo all'umana miseria.
Ma di quel sentimento che snatura il corpo, che lo fa sentire limitato e allo stesso tempo spasmodicamente teso verso un'espansione, le cui colonne d'Ercole rimangono per sempre sconosciute.
Quel sentimento che non sa dire basta perché coniuga ogni verbo al tempo della necessità.
Quel sentimento che, posto di fronte all'altrettanto estrema frontiera del rifiuto, annichilisce e non si spegne, ammalando il fiato di un singhozzo mai spento.
Esiste l'amore possibile?
Chi lo decreta?
Siamo noi grotteschi, crudeli, blasfemi come gli dei.
A volte, i valori sono canyon, mentre parliamo il respiro soffia nelle cavità, nei vuoti.
Non dico che non esistano, tutt'altro.
Siamo veterani della tribù dei codardi.
Seduta con i gomiti molli sul bancone
apro un occhio sul pavimento di coccio
c'è un sole che picchia le liste di plastica
dopo aver salutato il grazioso inchino del glicine
Sento brusio in fondo ai ciottoli
il cerimoniere in livrea rossa
coi galloni dorati lucidati dalla sua signora
apre il corteo di flauto ed oboe
il trombone pomposo intorno
alle voci che lasciano spazio
al piccolo tamburo e il triangolo
Tutti lungo la scala restano incantati
a sentire la musica di zucchero filato
che precede il baldacchino portato lieve
il principino si lecca le zampe con sguardo furbo
ha promulgato l' editto
a Roma, miei, prodi, marceremo vittoriosi
il gonfalone della santa croce vermiglia incrociata al bastone
svetterà da Castel Sant' Angelo
e tutti rimarranno accecati
dalla bellezza della nuova corte
Il bidone della spazzatura americano
come nei film americani
di famiglie americane
trabocca di vestiti da stirare
la stanza è devastata da un uragano
la cucina rischia la chiusura dei Nas
il bagno si chiede che ha fatto di male per essere punito così
io dormo di fronte ai dati snocciolati
apro un occhio martellato dai nani che scendono in miniera
profumo di caffè
devo sistemare prima del tuo ritorno, stasera
La giornata è passata lenta e fredda
libri sul tavolo
nozioni e liquidi sangue di piccione rubino ambra paglierino
obbligazioni di socialità
pelle e voci altrui
percorro le scale contando i gradini
osservo le venature dell' ardesia immaginando alvei di fiume
giungo a casa ed appoggio la fronte al legno liscio come una lapide
apri di scatto, sapevi che sarei stata lì ad assaporare il silenzio fermo
precipito in avanti come un cartone animato
raccogli le mie braccia che neanche tentano di attutire la caduta
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